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Secondo le previsioni più recenti dell’Istat (l’istituto nazionale di statistica), nei prossimi decenni la popolazione residente in Italia diminuirà molto, soprattutto al sud e nelle aree interne, cioè quelle distanti da servizi pubblici essenziali come ospedali, scuole superiori e stazioni dei treni. Diminuiranno soprattutto le persone più giovani e quelle considerate in età da lavoro, cioè tra i 15 e i 64 anni. Le stime dell’Istat si basano su simulazioni probabilistiche formulate da un centinaio di esperti di demografia, che combinano i dati reali (in questo caso aggiornati al primo gennaio del 2025) con alcuni indicatori di fecondità, mortalità e migrazioni.
Per alcuni dati le previsioni arrivano fino al 2080, per altri al 2050. Sono appunto previsioni, e quindi per loro natura incerte, soprattutto su alcuni specifici aspetti: i fattori che spingono le persone a migrare, per esempio, sono spesso contingenti e possono cambiare molto rapidamente, mentre è più facile stimare quante persone è probabile che muoiano nel 2055, sulla base dei dati degli anni precedenti. Le tendenze generali in ogni caso sono attendibili e piuttosto inequivocabili.
L’Istat ha previsto dati diversi a seconda di diversi scenari possibili, che dipendono da diverse variabili: quelli che vengono generalmente diffusi sui media (e che riferiamo qui) appartengono allo scenario che l’Istat chiama «mediano», cioè la previsione demografica centrale, quella ritenuta più probabile.










