Una valanga di ghiaccio e roccia, la formazione di uno sbarramento naturale e infine il suo cedimento, che ha liberato a valle un’ondata di acqua, fango e detriti. Le osservazioni satellitari analizzate dallo United States Geological Survey (Usgs) e dall’International Centre for Integrated Mountain Development (Icimod) permettono di ricostruire la catena di eventi che il 26 agosto ha devastato il sistema fluviale Bhote Koshi-Trishuli, nel distretto nepalese di Rasuwa al confine col Tibet.

L’enorme massa di materiale è precipitata dalle alte quote himalayane e ha ostruito il Lhende Khola. Alle sue spalle si è così formato un bacino temporaneo, svuotatosi rapidamente quando la diga naturale ha ceduto: l’acqua e i detriti accumulati si sono riversati nei corsi d’acqua sottostanti, generando l’onda di piena.

«Il contesto della tragedia è l’interazione di due macro-processi – spiega Franco Salerno dell’Istituto di scienze polari del Cnr (Cnr-Isp) – Da un lato, il continuo sollevamento tettonico dell’Himalaya rende più probabili crolli e cedimenti. Dall’altro, il riscaldamento globale degrada il permafrost e accelera la fusione glaciale. Gli scienziati di Icimod invitano alla cautela nello stabilire un nesso causale diretto per questo singolo episodio, ma la sinergia tra fragilità geologica e forzante climatica trasforma inesorabilmente queste aree in ambienti ad altissimo rischio».