Squilli di trombe e rintocchi di campane risuonano festosi, forse anche un po’ minacciosi, in questo inizio televisivo di settembre, quasi una rinnovata sfida tra Lorenzo de’ Medici e il Re di Francia, però a colpi di ascolti e serie tv. Alle trombe della Legge di Lidia Poët, in arrivo da Netflix e in onda su Rai1, rispondono le campane di Hotel Costiera, in arrivo da Prime Video e in onda su Canale 5, tutto da stasera, in un passaggio strategico tra tv in streaming e tv generalista. Quella che ora chiamiamo «tv generalista», rivolta alla massa indistinta dei telespettatori, per una ventina d’anni fu d’altronde «la tv» e basta: gli spettatori accendevano il piccolo schermo e guardavano quello che altri avevano deciso guardassero. Soltanto a metà Anni 70 venne inventato il telecomando. E fu zapping. Ancora lontano ma sempre evocato, il «palinsesto personale», di là da venire lo «scrolling» del telefonino . Quel che comunque si evince è che la tv generalista è viva e lotta insieme a noi. Forte della popolazione che invecchia, dell’accesso semplice al mezzo e al cambio di canale, della scelta più limitata e dunque meno nevrotizzante, e delle proposte trasmesse. Tra loro le serie tv, quelle che più rappresentano lo specifico televisivo, in grado di racchiudere in sé tutti gli altri generi, l’informazione e l’intrattenimento, il varietà e la narrazione. Prima si chiamava tutto genericamente fiction, prima ancora c’erano i romanzi sceneggiati. Prodotti tipici della tv pedagogica mai del tutto tramontata, si ispiravano a opere letterarie, romanzi, grandi classici italiani, francesi, russi, inglesi. Poi c’erano gli «originali televisivi», tratti da un soggetto inventato apposta. In fondo, sempre lì siamo. Per questo, per provare a interpretare il mondo della serialità, le sue innovazioni ma pure i riflessi condizionati e le anomalie, da domenica verrà pubblicata qui, sulle pagine degli Spettacoli, una rubrica nuova, dal titolo «FuoriSerie». FuoriSerie perché seguirà non solo la programmazione televisiva, ma anche l’estro del carrozziere: che siamo noi, la redazione de La Stampa. Dunque La legge di Lidia Poët, regista Matteo Rovere, girata a Torino, dove la Biblioteca Nazionale diventa la stazione, mentre Palazzo Carignano, sede del primo parlamento italiano dopo l’unità, è il Tribunale dove lavora la protagonista, Matilda De Angelis, con il fratello Enrico-Pier Luigi Pasino e i due amanti, Gianmarco Saurino e Eduardo Scarpetta. Siamo alla fine dell’800. L’ispiratrice è la vera Lidia Poët, la prima avvocata d’Italia, iscritta all’Ordine e poi cacciata in quanto donna, valdese di ottima famiglia. Ed era assolutamente impossibile, in quella realtà storica, il suo comportamento sessuale assai disinvolto e anche il fatto che dicesse parolacce. I lontani parenti (lei non si sposò e non ebbe figli) alla prima stagione su Netflix erano piuttosto inorriditi. Eppure, il racconto sarà anche irrealistico a tratti, però è importante, dedicato com’è «a chi sa immaginare ciò che non esiste e trova il coraggio di trasformarlo in realtà». E così Lidia Poët fece: non avrà avuto due amanti, ma accidenti quanto bene recò alle donne. I valdesi sono stati risarciti da un monologo di Enrico, che dirà al politico Zanardelli: «Io sono valdese, sono 700 anni che cercano di convertirci. Ci hanno scomunicati, processati, mandati al rogo, ma niente da fare, siamo gente testarda, non ce la facciamo proprio a fare qualcosa contro coscienza». Costumi mirabolanti, come pure i gioielli. Una gioia per gli occhi.
Autunno fuori serie, stasera si apre la sfida delle fiction
Su Rai1 “La Legge di Lidia Poët” in arrivo da Netflix e su Canale 5 “Hotel Costiera” da Prime Video. Un passaggio strategico tra tv in streaming e generalista













