di
Gennaro Scala
Il Ceo di Thrive Capital rompe il silenzio sul piano da 20 miliardi che rischia di travolgere Infantino: «Volevamo aiutare i Paesi poveri, ma non abbiamo capito la politica del pallone. Non lo rifarei»
Alla fine, anche l’ultimo dei Kushner ha dovuto scoprire che il pallone non è Wall Street. Che i miliardi — persino venti, messi tutti insieme — non bastano a comprare le passioni. Joshua Kushner, trentun anni, volto giovane della finanza democratica americana — l’altro Kushner, quello lontano anni luce dal fratello Jared e dall’ombra del di lui suocero Donald Trump —, ha rotto il silenzio. Lo ha fatto inviando una nota al New York Post che assomiglia molto a un esame di coscienza: «Non abbiamo colto le dinamiche politiche del calcio mondiale». Tradotto dal gergo della sua Thrive Capital: ci siamo scottati le dita. Al centro del passo falso c’è il defunto piano «Fifa Forward Enterprise» (Ffe). Un’operazione faraonica nata per cedere una quota dei Mondiali a investitori privati.
L'obiettivo? Raccogliere fino a 4,2 miliardi di dollari da private equity americani. Ma il piano è naufragato contro un muro di veti, proteste e barricate dei signori del calcio europeo e mondiale, una tempesta perfetta che ora sta facendo traballare persino la poltrona del presidente della Fifa, Gianni Infantino. «Se avessimo saputo come sarebbe andata a finire, non ci saremmo lasciati coinvolgere», ammette oggi Kushner. Lui, che con Thrive Capital ha infilato un successo dietro l'altro investendo nei cervelli di OpenAI e comprando la quota di maggioranza dei Los Angeles Lakers, pensava che il calcio globale rispondesse alle stesse regole della Silicon Valley o dell'Nba.










