Gianni Infantino ha giustificato il piano come un modo per “liberare il potenziale commerciale del calcio”, con la possibilità di concedere alcuni dividendi alle singole federazioni nazionali, mentre un’altra grande parte sarebbe in mano a una cordata già definita. E che ovviamente guarda, gira che ti rigira, a Washington: si tratterebbe di Joshua Kushner, fondatore del fondo Thrive Capital, nonché fratello di Jared Kushner, marito di Ivanka Trump. In sostanza, il fratello del genero di Donald Trump. A dimostrazione ulteriore - se ce ne fosse ancora bisogno - di come sia ben saldo il rapporto tra il presidente degli Stati Uniti e il numero uno del calcio mondiale.La struttura societaria ha un nome: Fifa Forward Enterprise, o Ffe. La Fifa manterrebbe inizialmente almeno il 51% del nuovo veicolo finanziario, il 20% andrebbe alle 211 federazioni affiliate e il restante agli investitori privati. Ogni federazione riceverebbe un aumento dei fondi da 8 a 20 milioni di dollari all’anno: una cifra enorme per la maggior parte delle 211 associate, e che secondo il Ft costituirà la principale leva per ottenerne il voto favorevole. Non è chiaro, però, se le federazioni potranno in futuro cedere ai privati la propria quota azionaria, spalancando la porta a un Mondiale appartenente di fatto solo alla Fifa e alla cordata Kushner, ovvero a Infantino e Trump. Il tutto sarebbe una strategia per dare una seconda vita a Infantino, alla scadenza del suo attuale mandato: entrerebbe in operatività dopo il 2030, con l’attuale presidente Fifa che diventerebbe così Ceo della nuova società, ricevendo uno stipendio intorno ai 64 milioni di dollari l'anno, simile a quello del commissioner Nfl.Se già la Uefa aveva puntato i piedi per il caso Balogun, questa volta diverse nazionali affiliate sarebbero intenzionate a boicottare il Mondiale, come riporta Sky News. “Vogliono svendere l’anima del calcio. Questa operazione supera una linea che le istituzioni di governo del calcio non dovrebbero mai oltrepassare", ha scritto la federazione europea presieduta da Aleksander Ceferin. "L'anima e la governance del calcio non sono beni da negoziare, soprattutto in assenza di qualsiasi trasparenza su chi ne ricaverebbe un vantaggio finanziario. Nessuno di noi è proprietario del calcio. Non appartiene alla Fifa e non spetta alla Fifa venderlo”. Andy Burnham, primo ministro britannico, ha scritto sui social: "Il Mondiale non è un prodotto. È la competizione più grande del mondo, e non è mai appartenuto a nessuno abbastanza da poterla vendere”.Le preoccupazioni non sono solo di governance. Se gli investitori privati entrassero nella catena di comando - anche solo come azionisti di minoranza - la pressione a massimizzare i rendimenti diventerà strutturale. Questo significa, nell'ordine: Mondiali ogni due anni anziché quattro, hosting riservato ai mercati più redditizi (leggi: Stati Uniti), calendario sempre più compresso per i club europei. È lo stesso schema che ha già prodotto la Coppa del Mondo per club da 32 squadre e l'ipotesi di portare la rassegna iridata da 48 a 64 squadre, entrambe iniziative già contese in sede legale dai campionati europei. Il deputato democratico americano Jamie Raskin ha chiesto un'audizione formale di Infantino al Congresso, nell'ambito di un'indagine sui legami tra la Fifa e l'amministrazione Trump. La Norvegia e il Belgio hanno già preannunciato azioni etiche. Non è la prima volta che Infantino tenta questa strada: nel 2018 aveva stretto un accordo di principio con la banca giapponese SoftBank per 25 miliardi di dollari, affondato dall'opposizione europea. Questa volta, con le casse Fifa che superano i 15 miliardi di ricavi da un solo Mondiale e 211 federazioni pronte a incassare, i numeri potrebbero bastare a bypassare il tentato stop di Ceferin.