Jean-Francois Leroy se ne va ma Visa pour L’Image continua con la sua forza e determinazione. È morto oggi a Parigi, a 69 anni, il fondatore e direttore del Festival della fotografia per eccellenza, Visa Pour L’Image, a Perpignan.Il sipario si apre proprio nel momento in cui il suo principale protagonista non può più esserci. Infatti, in questi giorni ha appena inaugurato la 38esima edizione del festival, il sogno al quale aveva dedicato 40 anni della sua vita. Leroy non era soltanto il fondatore e direttore di Visa. Era la voce, spesso scomoda e sempre appassionata, di un’idea precisa del giornalismo. Un giornalismo che non avesse paura di mostrare ciò che accade, anche quando le immagini fanno male, disturbano e obbligano a fermarsi.Per tutto questo tempo Leroy ha trasformato Perpignan in uno degli appuntamenti più importanti del fotogiornalismo. Lo aveva già immaginato così nel 1989 ed è sempre rimasto uguale a se stesso per 40 anni. Perpignan è diventato un luogo dove professionisti provenienti da tutto il mondo hanno sempre potuto confrontarsi senza filtri. Ogni anno decine di mostre, proiezioni, incontri e migliaia di professionisti arrivavano in città per raccontare guerre, migrazioni, crisi politiche, povertà, rivoluzioni, tragedie e trasformazioni del presente. Oltre 220 mila visitatori hanno fatto di Visa uno dei più importanti appuntamenti internazionali dedicati alla fotografia di reportage. Ma chi era Jean-Francois Leroy?Alto, la sigaretta sempre in bocca, i suoi colpi di testa, famose le sue arrabbiature, le sue liti, le sue prese di posizione. Leroy non era affatto diplomatico quando sentiva in gioco qualcosa che considerava essenziale. Difendeva i fotografi con una passione quasi fisica, perché conosceva bene la precarietà del loro mestiere e aveva visto cambiare, negli anni, il mondo dell’informazione. Aveva capito prima di molti altri che il problema non era soltanto la fotografia. Era il valore che una società attribuisce alla realtà.Ricordo le sue arringhe durante le giurie dei premi. È stato lui che nel 2013 durante la giuria del Getty Images Grants si è battuto per premiare il lavoro mai riconosciuto negli Usa di Eugene Richards “War is Personal”. Un reportage che metteva in difficoltà, che raccontava la condizione sociale e fisica dei veterani americani tornati dall’Iraq e dall’Afghanistan. “War is Personal” dava fastidio, e proprio per questo Leroy ci teneva a dargli una voce. Con la crisi della stampa, la chiusura delle agenzie, la riduzione delle redazioni e la crescente difficoltà dei giornali a finanziare i reportage, i fotografi hanno perso progressivamente spazio e sicurezza economica. Leroy ha cercato di fare di Visa anche un argine per questa deriva, sostenendo i reporter attraverso premi e borse e continuando a portare a Perpignan il lavoro di generazioni diverse. Era, in fondo, un uomo innamorato delle fotografie degli altri. Gli piaceva stare accanto ai fotografi ascoltarli e aiutarli, gli stimava, li attaccava, li amava. Chi ha vissuto appieno il Festival sa che da Perpignan sono passate alcune delle immagini più importanti della storia della fotografia e della storia in generale. Le guerre dell’ex Jugoslavia, la Cecenia, le rivoluzioni arabe, l’Ucraina. Fotografi diventati punti di riferimento del reportage internazionale hanno trovato a Visa un palcoscenico e, in molti casi, un alleato. Leroy non si limitava a selezionare fotografie ma costruiva attorno ai fotografi una comunità. Per molti di loro e molti di noi picture editor, Perpignan è stato il luogo delle prime occasioni, dei primi contatti, delle prime vere possibilità professionali. In un'epoca nella quale produciamo immagini continuamente, Leroy ha continuato a ricordare che vedere non significa necessariamente guardare. Una fotografia di guerra non è soltanto una fotografia. È una testimonianza. È qualcuno che ha deciso di andare fin lì, rischiando spesso la propria vita, per permettere a qualcun altro, dall’altra parte del mondo, di sapere di conoscere e di eventualmente opporsi. Negli ultimi anni questa battaglia era diventata ancora più difficile. Prima i social network, poi l'intelligenza artificiale, la manipolazione delle immagini, la crisi economica dei media. Leroy non aveva cambiato idea: il compito del giornalismo restava quello di verificare, documentare, testimoniare. Jean-François Leroy se ne va mentre il suo festival continua. Le fotografie saranno appese alle pareti, i proiettori si accenderanno, i fotografi parleranno del loro lavoro, il pubblico attraverserà ancora una volta le strade di Perpignan. E in mezzo a tutto questo ci sarà inevitabilmente la sua assenza.Ma forse è proprio questo il senso più profondo di quello che ha costruito, fare in modo che, anche quando chi racconta non c’è più, le immagini continuino a parlare. Un uomo che ci ha ricordato, fino all’ultimo, che guardare il mondo è una responsabilità.