Volodymyr Zelensky è con le spalle al muro e stavolta i colpi più duri arrivano dai suoi. L’ultimo rimpasto di governo si è rivelato un errore di valutazione enorme e ha reso l’ex ministro della Difesa, Mykhailo Fedorov, uno sfidante diretto e pericoloso. La seconda parte della maxi-inchiesta per corruzione che l’anno scorso ha decimato il governo ha colpito di nuovo il suo cerchio magico, costringendolo a licenziare la sua vicecapo di gabinetto Iryna Mudra. L’assenza di missili intercettori e la nuova strategia russa di attacchi combinati hanno riportato i danni e il numero dei morti a livelli paragonabili al 2022. I rappresentanti di Washington, Steve Witkoff e Jared Kushner, hanno disertato la cerimonia per il 35° anniversario dell’indipendenza. Ma il leader ucraino non si arrende, cerca di uscire dalla crisi con una nuova proposta di pace «elaborata con gli Stati Uniti e l’Unione Europea», nella quale si torna a parlare di ritiro da ciò che resta del Donbass e di tregua immediata.«La situazione è davvero molto difficile per tutti noi». Di fronte ad alcuni leader europei arrivati a Kiev per la cerimonia celebrativa dell’indipendenza, Zelensky ha esordito così. È scontato che in quel «noi» ci fosse anche lui, il politico che in questi quattro anni e mezzo ha fuso il suo destino con quello del proprio Paese, fino a tracimare nella personificazione. Ma il culto del capo ha funzionato più per la propaganda occidentale che per l’opinione pubblica interna. Le standing ovation nei Parlamenti nazionali, le copertine di Time, l’atteggiamento degli altri leader che in questi anni l’hanno accolto con encomi solenni incentrati sulla «difesa della democrazia» e sull’«ultimo baluardo dei valori occidentali contro la barbarie russa». Quando l’Ucraina ha smesso di essere la notizia principale sono iniziate le critiche. Soprattutto dopo l’insediamento di Donald Trump. Dall’agguato nello Studio Ovale alle accuse su X (con il supporto del padrone di casa, Elon Musk). «Presidente illegittimo», lo chiamava l’uomo più ricco del mondo, accusandolo di non voler indire elezioni per paura di perderle. Trump, invece, in un anno e mezzo ha cambiato radicalmente registro. Da «non hai le carte» a «è un vincente», da «stai perdendo la guerra e causando la morte di migliaia di persone» a «è un grande condottiero e sta resistendo in modo sorprendente».Le «sanzioni a lungo raggio», ovvero gli attacchi di droni a lunga percorrenza, hanno contribuito in modo decisivo a questo cambiamento. Poi la tracotanza ha mostrato l’altra faccia del potere, quella che non ammette contraddittorio. Con l’assolutismo garantito dalla legge marziale, Zelensky ha deciso che era il momento per l’ennesimo rimpasto di governo. Del resto il Paese e gli alleati avevano già accettato il licenziamento di personaggi celebri e rispettati come l’ex ministro degli Esteri Dmytro Kuleba e l’ex Comandante in capo delle forze armate Valerii Zaluzhni. Oltre che di una lunga lista di ambasciatori, ministri (e premier), funzionari, capi dei servizi, generali che per citarla tutta non basterebbe lo spazio di questo articolo. Dunque, a inizio estate, il presidente ha deciso che era l’ora di togliere dai riflettori Mykhailo Fedorov.Troppo popolare, nonostante i soli sei mesi di mandato, amato dai militari per le sue dichiarazioni sull’importanza della vita dei soldati e la necessità di rendere più tecnologica la guerra e dai civili per i vagiti di lotta alla corruzione e gli annunci di riforma del sistema. Ma a Zelensky non piacciono le figure che oscurano la sua fama. Fedorov, si illudeva il presidente, sarebbe stato reintegrato in qualche altro ruolo amministrativo importante ma meno esposto. Invece il diretto interessato ha rifiutato la regola del silenzio e ha subito contrattaccato. Si è presentato come l’alfiere del nuovo, basato su razionalità, efficienza, tecnologia e responsabilità. In contrapposizione al vecchio, post-sovietico, fatta di oligarchi, corruzione, clientelismo e decisioni immotivate. Il suo più accanito avversario, il capo delle forze armate Oleksandr Syrskyj, è stato trasformato nel simbolo del secondo gruppo. Sui social network è scoppiata l’indignazione, che si è presto tramutata in protesta nelle piazze. Alla fine Zelensky è stato costretto a licenziare anche Syrskyj incappando in una delle sconfitte politiche più gravi dall’inizio della guerra.Il giorno in cui è stata ufficializzata la nomina del suo sostituto, Yevgeny Khmara, Fedorov ha lanciato l’affondo. In un video su YouTube ha sfidato il presidente a convocare nuove elezioni subito, candidandosi indirettamente, perché «non può essere Vladimir Putin a decidere quando potremo scegliere il nostro governo» e «la democrazia non è un lusso da tempi di pace». L’ex ministro ha menzionato il diritto di voto per i militari al fronte, per gli ucraini all’estero e per quelli nei territori occupati. Tutto giusto, in teoria, ma al momento infattibile. Mancano i registri degli espatriati, dato che molti uomini si sono nascosti per evitare la leva, le comunicazioni con i territori occupati sono quasi assenti e comunque non c’è possibilità di accordo con i russi che li considerano già territori della Federazione. I militari al fronte hanno altro a cui pensare e creare concentrazioni di uomini mentre volano i droni nemici rappresenterebbe un rischio enorme. Senza contare i plausibili bombardamenti sui seggi elettorali.Sul fronte interno l’agiografia non funziona più da molto. I militari sono anni che criticano Zelensky a mezza bocca, i civili più apertamente. I più duri sono i giovani, che accusano il presidente di aver tradito le promesse elettorali di lotta alla corruzione e non gli perdonano il tentativo di cancellare gli organi anticorruzione l’anno scorso. Ma anche gli over-60, tra i nostalgici di Poroshenko e gli infastiditi dall’atteggiamento «troppo teatrale» del presidente, hanno trovato nella nuova inchiesta dell’Ufficio nazionale anticorruzione (Nabu) ulteriori argomenti per criticarlo. Senza contare che la stampa ucraina ultimamente è durissima con lui. Il Kyiv Independent lo accusa di autoritarismo e di connivenza con il vecchio sistema oligarchico, Ukrainska Pravda pubblica aggiornamenti costanti e allusivi sui risultati delle indagini del Nabu.L’incriminazione di Iryna Mudra è stato un colpo durissimo. Si è scoperto che oltre ai politici e agli imprenditori indagati l’anno scorso nell’ambito dell’inchiesta “Re Mida” c’è ancora molto altro da portare a galla. Non solo un giro milionario di corruzione che ha impedito la costruzione di sistemi di difesa per le infrastrutture energetiche, un sistema di peculato per la costruzione di ville parnassiane poco fuori Kiev, ma anche il controllo di fatto di una banca (Sense bank), usata per versare le cauzioni per gli indagati già arrestati. Il tutto all’interno del governo, o meglio, del cerchio magico di Zelensky. In quell’ufficio presidenziale dove fino alla primavera regnava Andriy Yermak, il Mazzarino di Kiev, vero filtro tra il potere e il resto del Paese.Oggi a Zelensky restano sempre meno fedelissimi e già si vocifera di nuovi indagati nelle indagini della Nabu. Agli ucraini resta la razionalità per scindere tra l’uomo politico, ormai considerato dai più coinvolto o almeno a conoscenza dei fatti, e il capo in guerra, ancora indispensabile. È evidente che con un cambio al vertice la posizione di Kiev ne uscirebbe indebolita. Ma agli alleati statunitensi non è detto che ciò continui ad andare bene. Dopo il suo exploit su YouTube, ad esempio, è stato annunciato un viaggio di Fedorov negli Usa per incontrare Elon Musk e forse altri rappresentanti delle Big Tech. Difficile non considerarlo un tentativo di cercare sponde oltre-oceano. Intanto Zaluzhni da Londra rilascia interviste e scrive saggi sugli errori diplomatici e militari del suo Paese proponendosi (indirettamente, per ora) come risolutore. Tutti i politici che in questi anni si sono mostrati fedeli e sorridenti a fianco di Zelensky gli volteranno le spalle non appena sarà necessario per la loro sopravvivenza politica, su ciò non c’è neanche da scommetterci. L’unico che resta al suo posto, resiste a ripetuti tentativi di assassinio, manda droni ai ribelli tuareg contro i russi in Africa e pacchi bomba a Mosca contro i generali è Kyrylo Budanov. Capo del Gru, l’intelligence militare ucraina, dopo il licenziamento di Yermak si è fatto assumere al suo posto. Anche Budanov rilascia qualche intervista, ma se dice che non è d’accordo con il presidente poi aggiunge che è normale, che lui non è un sottoposto ma un consigliere e che tutti dovrebbero lavorare per il bene del Paese. Chissà che tra Zaluzhni e Fedorov alla fine non esca proprio lui, l’uomo dalla mascella storta che non parla mai più del dovuto e che fa paura a tutti. Intanto però Zelensky non intende farsi da parte, nonostante l’assedio. Minimizza sui nuovi nemici, promette chiarezza sugli scandali e continua a rincorrere Trump e a sferzare gli europei, strappando piccoli successi come l’autorizzazione di Francia e Gran Bretagna a produrre missili da crociera. In altri termini: combatte la sua personale guerra per sopravvivere politicamente all’interno della guerra vera e propria e quando dice «non siamo pronti ad arrenderci» sembra lanciare un monito anche a tutti quelli che aspettano di prendere il suo posto.
La guerra in casa che Zelensky rischia di perdere
L’invasione russa ne ha consolidato la leadership internazionale. Ma dopo 4 anni e mezzo il consenso interno è appannato. Pesano le accuse di corruzione al cerc






