di

Marco Calabresi

Problemi di stomaco che lo hanno portato a vomitare, poi dolori alla schiena, infine le lacrime a metà quinto set quando oramai, esausto, si stava trascinando per il campo. Finisce 7-6 5-7 4-6 6-2 6-1 per l'argentino

Prima notte di US Open, prima clamorosa sorpresa. Novak Djokovic è già fuori a Flushing Meadows, battuto dopo una maratona da 4 ore e 40' dall'argentino Mariano Navone. Problemi di stomaco che lo hanno portato a vomitare, poi i dolori alla schiena, infine le lacrime a metà quinto set trascinandosi per il campo: tutti segnali di resa di un campione eterno, che non perdeva al primo turno di un torneo dello Slam dall'Australian Open 2006, quando era poco più che ragazzino e fu sconfitto dall'americano Paul Goldstein. A 39 anni, e con l'ennesima occasione di vincere il suo 25° Slam della carriera in un torneo che sembra, per l'assenza di Sinner e per la condizione da scoprire di Alcaraz, aperto a qualsiasi pronostico, Djokovic si è sbriciolato negli ultimi due set, lontano dalla sua condizione fisica migliore e messo alle corde da un giocatore nato sulla terra ma che si sta facendo rispettare per il suo dna di lottatore anche su altre superfici.

Mal d'Argentina per Nole, che anche a Cincinnati era stato battuto da un Albiceleste - Thiago Agustin Tirante - in un'altra partita in cui aveva accusato problemi di stomaco fino a vomitare. Eppure, dopo il primo set perso al tiebreak dopo un'ora e un quarto, sembrava il solito Djokovic, capace di tirarsi fuori dalle difficoltà con forze trovate chissà dove: vinto il secondo 7-5, vinto 6-4 anche il terzo, nonostante a metà set si sia piegato in due dietro un piccolo cartellone pubblicitario per vomitare. Scene crude, tremende, ma che sul 2-1 e break nel quarto set sembravano poter essere soltanto una brutta parentesi in una partita sudata ma vinta. Le energie, però, sono pian piano uscite dal corpo e dalla mente di Djokovic, che dopo quel break ha perso 11 degli ultimi 12 game della partita (7-6 5-7 4-6 6-2 6-1), iniziando il quinto set dopo essersi fatto trattare anche la schiena, come se non bastasse.