L’attore-regista messicano atteso con «Hombre al agua» alla Mostra di Venezia. Nel cast il cantante Ricky Martin, Debora Nascimento e Esmeralda Pimentel
Ha Ha 47 anni e conserva la sua baby face, sotto cui alberga l’impegno civile e politico. Gael Garcia Bernal ricorda Gian Maria Volonté nello schierarsi contro ogni tipo di muro. Dalla parte dei migranti, si spende per ogni causa a favore dei più vulnerabili e discriminati. Ha lavorato per Almodóvar, Cuarón, Larraín, Iñárritu. Alla Mostra di Venezia, nella sezione Spotlight, come regista e interprete porta Hombre Al Agua, Un uomo in mare.Cosa racconta?«Io sono il bagnino cubano che salva dall’annegamento un uomo d’affari messicano. Per ringraziarlo, mi porta con sé, dove sposo sua figlia. Ma scopro che la mia nuova vita fa parte di un machiavellico piano di manipolazione e devo riprendere il controllo del mio destino».Uno dei temi è la mascolinità. Oggi viene messa in discussione in Sudamerica, dove l’immagine dell’uomo tutto d’un pezzo sembra inscalfibile?«È un tema di cui si discute in tutto il mondo. Potremmo scrivere un intero saggio filosofico. Ciò che è interessante è che, in alcuni casi, questa crisi non viene affrontata come una riflessione autentica e sentita, ma utilizzata e manifestata in modo difensivo. I movimenti di estrema destra, che pensano che la mascolinità sia in pericolo, introducono arbitrariamente nel discorso le loro componenti razziste e classiste per ottenere vantaggi politici. Il mio film si chiede quale ruolo dovrebbe avere un uomo all’interno di una coppia, nel lavoro, e come padre».Altro tema è l’anima politica del suo continente. La corruzione e la manipolazione sono diverse, rispetto a Europa e USA?«Dobbiamo semplicemente guardare al sincretismo (religioso, politico razziale, culturale) che l’America Latina ha sviluppato. Siamo diversi e allo stesso tempo condividiamo similitudini che ci distinguono dagli altri continenti. Siamo paesi giovani che si reinventano rapidamente ed è difficile tenere il passo con la rapidità con cui la vita dei nostri paesi evolve. Dobbiamo essere ottimisti, allo stesso tempo è spaventoso quanto sia facile in alcuni dei nostri paesi prestarsi a diventare laboratori per l’estrema destra, che distrugge ogni senso di comunità e di futuro».Il titolo del film riprende il detto «Un uomo in mare». C’è un episodio in chi metaforicamente si è trovato in quella situazione?«In realtà una volta sono stato salvato mentre facevo surf. Non riuscivo a tornare a riva per via delle forti correnti. Furono bravi i bagnini, li invitai a cena e a bere qualche birra. Mi dissero che stavano facendo semplicemente il loro lavoro. In realtà il titolo del film ha molti significati».Lei si dedica alla protezione dei più vulnerabili col suo lavoro per i diritti umani.«Sono nato in un ambiente amorevole che ha alimentato la mia curiosità e necessità di combattere l’ingiustizia e reinventare un futuro migliore dove la parola speranza abbia un senso. Tutte le questioni sulle quali mi sono espresso pubblicamente le ho affrontate nei miei film: la migrazione, l’emergenza climatica, la giustizia, i diritti umani».Ha portato al cinema il mito di Che Guevara da giovane. Perché rimane separato dalla rivoluzione cubana, come icona universale della ribellione: per la sua morte giovane? Allo stesso tempo è diventato un brand commerciale.«Non sono d’accordo sul fatto che sia diventato un marchio commerciale. La sua immagine è stata usata, per cause diverse, sulle t-shirt e così via. Ma non c’è stato un marchio commerciale che abbia realmente fatto propria la sua immagine».Quale film le ha fatto venire voglia di diventare attore?«Provengo da una famiglia di attori, quindi la mia storia non è così romantica. Y tu mama también, che ho fatto 25 anni fa, mi ha fatto scoprire il mestiere del cinema. Racconta di due amici di 17 anni con una gran voglia di crescere, e corteggiano in coppia una donna spagnola. Quel film, con cui vinsi a Venezia il premio Mastroianni come attore esordiente, mi ha fatto desiderare di dedicarmi al cinema come vocazione».Quale artista vorrebbe essere per un giorno?«Mi piacerebbe sperimentare cosa significhi essere Jean Vigo. Ha diretto i suoi film in modo così bello e poetico».E con quale regista italiano vorrebbe lavorare?«Piero Messina, ancora una volta dopo Another end. Poi Sorrentino, Garrone…Mi sarebbe piaciuto tantissimo lavorare per Ettore Scola».Si sente più libero quando interpreta qualcuno molto diverso da lei o qualcuno che le somiglia?«Quando non sono me stesso l’approccio sembra più libero, poi è facile allontanarsi da ciò che siamo, e non sappiamo mai veramente chi siamo. Interpretare qualcuno che ci somiglia ci permette di fidarci di ciò che siamo, e proprio per questo ci rende così diversi e difficili per gli altri».









