La lezione islandese, all’indomani del «no» alla ripresa dei negoziati di adesione all’Ue espresso dagli elettori in un referendum dai molti risvolti importanti, è che l’allargamento europeo non è una passeggiata. Anzi, non è «un pranzo di gala», come disse Mao Zedong poco meno di un secolo fa parlando della Rivoluzione. Citiamo il «grande timoniere», anche se malvolentieri, perché la costruzione di una casa comune nel nostro continente, un tempo diviso e segnato da confini anti-storici, è stata una vera e propria rivoluzione, per alcuni versi parzialmente incompiuta. Chi conosce il vento gelido che spira a Reykjavík anche in piena estate non può che raccomandare, adesso, attenzione.

Costruire un’Europa ancora più grande richiede in primo luogo ricerca del consenso, come qualsiasi operazione politica. Poi visione strategica, senso di responsabilità e spirito di collaborazione basato sull’interesse generale. È un processo necessario, nel disordine mondiale di oggi, ma non per questo scontato.

Lo dimostra, appunto, il referendum celebrato in quest’isola i cui cittadini hanno preferito «fare da soli», come non si stancava di ripetere in campagna elettorale chi era contrario alla proposta del governo. Una suggestione ambigua, su cui vale la pena riflettere. Riprendere il percorso per entrare nell’Ue e accogliere l’Islanda nel club europeo era in realtà uno scenario «win-win». Sia per Reykjavík che per Bruxelles. I negoziati furono congelati nel 2013 (quando undici capitoli su 33 si erano conclusi con successo) e abbandonati definitivamente nel 2015. Si sarebbe potuto ricominciare da lì e puntare a superare in corsa gli altri candidati (perfino la maltrattata Ucraina, alla quale, come si sa, viene negata una opportuna corsia preferenziale) e diventare il ventottesimo membro. «Entro un anno e mezzo», diceva la ministra degli Esteri Þorgerður Katrín Gunnarsdóttir. L’Europa avrebbe accolto un Paese ricco e moderno, l’Islanda avrebbe potuto stabilizzare la sua economia.Non è andata così, nonostante l’impegno della premier socialdemocratica Kristrún Frostadóttir che si è mossa con prudenza sostenendo nei giorni scorsi di apprezzare «qualsiasi risultato». E non sono bastate le rassicurazioni del governo sul fatto che soltanto un secondo referendum avrebbe potuto fornire un’eventuale via libera all’ingresso nell’Ue. Il paradosso a cui stiamo attualmente assistendo, non solo in Islanda, è che spesso gli elettori incerti o indecisi scelgono alla fine un no definitivo piuttosto che un sì condizionato. E la propaganda va spesso in una direzione precisa, cancellando le sfumature. «L’opposizione ha presentato il referendum come se fosse già sull’appartenenza, piuttosto che sulla ripresa dei negoziati» , ha detto a Politico Maximilian Conrad, docente all’università di Reykjavík.Certo, c’è la questione della pesca, argomento fondamentale in un Paese nel quale il 40 per cento delle esportazioni viene dal settore ittico e che teme, una volta entrato nell’Ue, l’arrivo delle imbarcazioni europee nelle sue acque. Gli elettori non hanno creduto a Gunnarsdóttir, secondo cui, come sottolineava il Financial Times, la crescente importanza strategica dell’Islanda e il rafforzamento della sua economia sarebbero stati gli elementi decisivi per un accordo su basi favorevoli con Bruxelles e per mantenere il controllo nazionale dei mari. La divisione nell’opinione pubblica su questo punto — con la capitale che vota in un modo e i territori non urbani un altro — è un caso da manuale nell’epoca del sovranismo, in un Paese che fa parte dell’Associazione europea di libero scambio (Efta), dello Spazio economico europeo e dell’area di Schengen riscuotendone chiari benefici. Bruxelles e Reykjavík non sono affatto lontane.In politica tutto è possibile, ma sarà certamente difficile riaprire porte che sono state chiuse. Intanto, però, il voto islandese è un segnale per Bruxelles, dove la delusione non si può tradurre in rassegnazione o nel ridimensionamento delle ambizioni. È ovvio ripetere a questo punto che serve più Europa, non meno Europa. In un mondo senza regole, nel quale Donald Trump minaccia di annettersi la Groenlandia confondendola talvolta con la stessa Islanda, la forza di attrazione del nostro continente e il suo fascino per gli elettori che hanno votato «no» (in un Paese senza esercito, membro fondatore di quella Nato che il presidente americano vuole ridimensionare o scaricare) sarebbero stati maggiori se in questi anni fossero stati compiuti passi decisivi nella capacità di svolgere un ruolo da protagonista sullo scenario internazionale, nella difesa, nella sicurezza, nella protezione dei cittadini.È in questo quadro che si pone il problema dell’allargamento. Il fallimento del referendum di sabato 29 agosto (anche per errori compiuti da entrambe le parti, primo dei quali, come dicevamo, la mancata ricerca del consenso), deve portare ad una riflessione su date, modi e scadenze di un progetto che non può navigare nella palude dei rinvii, delle lentezze e addirittura dei veti. Ucraina, Moldavia, i Paesi balcanici non possono aspettare all’infinito. Ferma restando, naturalmente, la necessità di adeguare le legislazioni nazionali ai criteri europei, pretendere il rispetto dei valori comuni, modificare i meccanismi decisionali e, infine, permettere a chi vuole, nell’Unione di domani, di andare più avanti. Tutte cose da fare più presto, non più lentamente come sembra volere lo spirito del tempo a Bruxelles. Ecco la lezione islandese.