La moda scende in campo contro la sorveglianza algoritmica. Un tessuto può diventare un atto politico? Tra pattern che confondono le telecamere intelligenti e giubbotti che accecano i sensori notturni a infrarossi, una piccola ma agguerrita nicchia della moda sta trasformando il corpo in un terreno di resistenza al riconoscimento facciale e alla sorveglianza biometrica. Ne abbiamo parlato con due protagonisti della scena europea: Rachele Didero, fondatrice e amministratrice delegata dell’italiana Cap_able, e Daniel Preuß, co-fondatore della tedesca Urban Privacy.Il progetto della Didero nasce nel 2019, a New York, da una conversazione con un ingegnere dell’Università della California-Berkeley sull’ingresso sempre più rapido dei sistemi di riconoscimento biometrico nella vita quotidiana, a fronte di un dibattito pubblico ancora acerbo. «Da designer mi sono chiesta quale potesse essere il mio ruolo in questo contesto», racconta a l’Espresso. «L’abbigliamento mi è sembrato il mezzo ideale». I capi Cap_able integrano nella struttura del tessuto, non in superficie, immagini contraddittorie pensate per ingannare i sistemi di intelligenza artificiale e rilevamento di oggetti. Ma Didero stessa ridimensiona subito le aspettative: «Non si tratta di mantelli dell’invisibilità. L’efficacia dipende dal modello, dall’ambiente, dalla distanza, dall’illuminazione».Storia parallela quella di Urban Privacy, nata a Lipsia dalla tesi di laurea in Fashion Design di Nicole Scheller, ispirata dalle rivelazioni sulla sorveglianza globale di Edward Snowden (ex analista dell’agenzia di spionaggio statunitense Nsa, poi fuggito in Russia) e dal lavoro di artisti come Adam Harvey e Leo Selvaggio. Il marchio propone diversi approcci: la linea Faception Reloaded, con motivi bianco e nero che imitano tratti del volto umano per generare falsi positivi nei sistemi di riconoscimento facciale. Ma anche sciarpe con codice QR che, inquadrate da uno smartphone, restituiscono il messaggio «niente foto, per favore». Oppure la custodia Oflain, una gabbia di Faraday tascabile per disconnettere lo smartphone in pochi secondi. Infine il cappotto sperimentale Urban Ghost, con led a infrarossi che produce un “abbagliamento deliberato” per oscurare il volto alle telecamere notturne.Entrambi i progetti nascono come ricerca critica prima ancora che come impresa. «Ma non volevamo che Cap_able rimanesse un esercizio teorico destinato a una galleria», spiega Didero, sottolineando la scelta di diventare start-up. Preuß di Urban Design rivendica un approccio simile: «Operare in un sistema capitalistico implica che anche le idee etiche necessitino di un modello sostenibile per diffondersi». L’obiettivo, precisa, «non è diventare un’azienda miliardaria, ma poter vivere del nostro lavoro».Sul fronte dei prezzi, spesso indicati come ostacolo all’accessibilità, Didero riconosce che la critica è «comprensibile e, in parte, condivisibile», ma li ricollega a una produzione interamente italiana, in quantità limitate, alla ricerca su tecnologie proprietarie brevettate. Cap_able sta comunque sviluppando linee ibride più economiche, come la Camo T-Shirt stampata su jersey, per allargare l’accesso senza rinunciare alla qualità.Il nodo più delicato riguarda la durata nel tempo di questa protezione. Entrambi gli intervistati la descrivono come un gioco del gatto col topo. «La ricerca sull’apprendimento automatico antagonistico è, per sua natura, dinamica», dice Didero, paragonandola alla cybersicurezza: «Non esiste una soluzione permanente, ma è un processo continuo di ricerca, sperimentazione e adattamento». Preuß pone la questione in termini più politici: «Dobbiamo lasciare che le tecnologie di sorveglianza si evolvano rapidamente, cercando di tenere il passo con i nostri metodi di protezione, oppure fissare limiti chiari fin dall’inizio?». Per lui la moda anti-sorveglianza da sola non basta: «Non ci restituiranno la libertà che sacrifichiamo in cambio di una vaga promessa di sicurezza. Il vero lavoro si svolge ora, prima che i sistemi siano operativi e la legislazione entri in vigore».Nessuno dei due, a loro dire, ha subito pressioni da aziende di sorveglianza o autorità. Urban Privacy ha addirittura ricevuto un finanziamento pubblico statale ed europeo per lo sviluppo del progetto, mentre Cap_able racconta un crescente interesse da musei, università e istituzioni, oltre che di clienti privati.Resta un mercato di nicchia, come ammette lo stesso Preuß, ma trasversale: «Giovani, anziani, studenti, avvocati: non sembra esserci un cliente tipo per i nostri prodotti». Il co-fondatore di Urban Privacy nota comunque un cambio di clima: se all’inizio prevaleva lo scetticismo - provocazione per alcuni, rischio di favorire la criminalità per altri - «negli ultimi due anni, con l’avvento dell’intelligenza artificiale, la consapevolezza degli impatti negativi della sorveglianza è notevolmente aumentata».Anche Didero osserva un’evoluzione nella missione del progetto, oltre la sola elusione algoritmica: «Non ci interessa soltanto interferire con la computer vision, ma progettare oggetti in un mondo osservato contemporaneamente da persone e sistemi intelligenti». Un’ambizione condivisa dai due marchi: usare il linguaggio della moda per rendere discutibile, visibile agli occhi di chi cammina per strada, un’infrastruttura di controllo che per sua natura tende a restare invisibile.Forse è proprio questo il punto più interessante della vicenda: più che una promessa di invisibilità tecnica, destinata a un’obsolescenza rapida a mano a mano che gli algoritmi verranno riaddestrati, l’abbigliamento anti-sorveglianza è soprattutto retorico. È un modo per rendere visibile, indossandolo sul corpo, un problema che i sistemi di riconoscimento vorrebbero rimanesse invisibile.
La maglietta è il mio scudo: le invenzioni che proteggono dal riconoscimento facciale
Tessuti che ingannano i sistemi di intelligenza artificiale, generatori di infrarossi e molto altro






