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Nel 2025, per il secondo anno di fila, più persone israeliane hanno lasciato Israele di quanti siano stati gli immigrati. È un dato straordinario perché Israele è un paese fondato proprio sull’immigrazione di persone ebree, nato dopo la Seconda guerra mondiale con l’obiettivo esplicito di accogliere i sopravvissuti alla Shoah e chi scappava dalle persecuzioni in Europa e altrove.
Il saldo negativo dell’immigrazione è dato da alcune decine di migliaia di persone: per il 2025, l’anno più recente con dati consolidati, quasi 24mila persone sono immigrate in Israele e più di 69mila sono emigrate. Dati simili sono stati riscontrati per il 2024.
La popolazione israeliana continua a crescere di circa l’uno per cento all’anno per via dell’alta natalità. Nonostante questo, il fatto che più persone se ne vadano da Israele di quante ne arrivino è stato valutato come estremamente preoccupante da molti esperti e dalla politica israeliana: lo è a livello simbolico, per il ruolo che Israele ha sempre avuto agli occhi della comunità ebraica nel mondo; e lo è a livello economico, per via delle categorie di persone più propense ad andarsene.
Il progetto nazionale di Israele, fin da prima della sua fondazione, è stato pensato per favorire l’immigrazione di persone ebree da tutto il mondo, e fa parte dell’identità profonda dello stato. Tra il 1948 (anno della fondazione) e il 1960 l’immigrazione ha contribuito al 65 per cento della crescita della popolazione. Nei decenni successivi il dato si è attestato attorno al 20 per cento.






