«Adelante, con juicio». In attesa che attorno a Report e alla sua redazione in rivolta si posi il polverone alzato dagli sconquassi degli ultimi giorni, ai piani alti della Rai si cita l'adagio manzoniano. Avanti con prudenza. Eccola, la linea che i vertici della tv pubblica intendono tenere sul programma di Rai Tre, dopo la rimozione di Sigfrido Ranucci dalla conduzione per motivi editoriali e la sollevazione dello zoccolo duro degli inviati del programma, che in solidarietà al giornalista amico di Valter Lavitola hanno minacciato dimissioni «in blocco» se l'azienda non tornerà sui suoi passi.

Non succederà. Nessun passo indietro: a viale Mazzini (o meglio a via Severo, dove si è trasferita la sede Rai a due passi dalla Cristoforo Colombo) sono certi di aver agito non solo a tutela degli interessi dell'azienda e della trasmissione, ma anche andando incontro ai desiderata espressi a più riprese dagli inviati del programma. Proprio per evitare soluzioni calate dall'alto, o peggio in odore di vicinanza al governo. È questo il messaggio che con ogni probabilità il direttore dell'Approfondimento Paolo Corsini consegnerà alla redazione, nell'incontro fissato per mercoledì via Teulada. Per allora, è l'auspicio della dirigenza della tv pubblica, «l'agitazione del primo momento sarà passata», e «tutti avranno avuto modo di riflettere». Magari ammorbidendo le posizioni prese a caldo dopo l'annuncio della rimozione di Ranucci. Se invece così non sarà, se insomma un pezzo della redazione (spaccata tra chi vorrebbe andare avanti comunque e chi invece si dice pronto a lasciare) davvero abbandonerà la nave di Report, l'azienda non potrà che prenderne atto. E procedere alla sostituzione dei dimissionari per far partire regolarmente il programma, l'8 novembre. Serenità Non è l'esito che ci si augura tra chi segue il dossier. Ma tant'è: in un'azienda «con duemila giornalisti» all'attivo, tra cui molti versati nelle inchieste, non sarà difficile trovare chi possa rimpiazzare chi se ne va, è la convinzione. Se necessario, pescando «anche dall'esterno». La motivazione è semplice: «In quale testata giornalistica - ci si chiede - sono i membri della redazione a decidere in autonomia chi fa cosa, e non chi di quella redazione ha la responsabilità?».Avanti tutta allora, «con serenità». Tanto più che, rimarcano dall'azienda guidata da Giampaolo Rossi, molte delle richieste avanzate dagli ex colleghi di Ranucci erano state accolte. Nei giorni scorsi i vertici Rai avevano ricevuto un documento firmato da due giornalisti di punta di Report, Giulio Valesini e Giorgio Mottola, «con il sostegno degli inviati», in cui si chiedeva una conduzione interna per il dopo-Ranucci. Con lanci più brevi, meno commenti e più inchieste. Proponendo di fatto una guida autorale a quattro: Mottola e Valesini affiancati da Paolo Mondani e Bernardo Iovene (peraltro tutti e quattro uomini, viene fatto notare). I primi due poi effettivamente indicati come capi autori, salvo poi dover incassare il loro rifiuto.È così che, dopo aver vagliato una serie di altre opzioni per la conduzione contro le quali la redazione avrebbe «alzato le barricate» (erano stati proposti i nomi di Federico Ruffo, dell'interna Sabrina Giannini e della madrina di Belve Francesca Fagnani) si è arrivati alla coppia Presutti-Piervincenzi. Lei interna al programma e risultata prima alla selezione per giornalisti indetta dalla Rai, lui esterno ma con un solido background di inchieste all'attivo. Entrambi non tacciabili di simpatie con "TeleMeloni" (Presutti, per esempio, è iscritta all'associazione Articolo 21, considerata non lontana alle sensibilità del centrosinistra). Quanto ai professionisti esterni che sarebbero stati graditi alla redazione, come Peter Gomez o Riccardo Iacona, sono stati scartati per un motivo: se Ranucci farà causa alla Rai (e ha già fatto capire che la farà), e se dovesse vincerla e finire reintegrato a Report, quegli esterni dovrebbero poi essere accompagnati alla porta dall'azienda. Due interni come Presutti e Piervincenzi, invece, potrebbero essere ricollocati.Un'eventualità, quella di finire in tribunale, che in Rai danno per scontata. Per quanto resti solida la convinzione di aver agito nel rispetto delle norme a difesa dell'azienda. «Ci rivedremo presto», avrebbe scritto Ranucci a Corsini dopo l'annuncio della rimozione. L'ex conduttore ha ora trenta giorni di tempo per accettare una delle tre offerte che gli sono state proposte: vicedirezione ad personam di Rainews o Tg3 o corrispondente al Cairo. Altrimenti l'incarico sarà assegnato d'ufficio. A quel punto partirebbe la causa per demansionamento, che in Rai però confidano non sfocerebbe in ogni caso in un reintegro (considerata l'età del conduttore non lontano dalla pensione).E mentre lui ammette di non escludere un futuro in politica («Non escludo niente», le sue parole a La7), le ultime uscite del giornalista continuano a suscitare polemiche. «Solidarietà» a Presutti e Piervincenzi viene espressa dall'Unirai: «Ranucci non può offendere e definire "mediocre" la scelta dell'azienda», attacca il sindacato di area centrodestra. «Ancora più grave è l'utilizzo del termine "collaborazionisti"», proseguono, «etichetta infamante che colpisce la dignità professionale». Ma soprattutto viene criticato il «terribile accostamento» con la vicenda di Giulio Regeni, «attribuendo alla Rai la presunta volontà di nuocergli. Le parole hanno un peso», conclude l'Unirai. «Soprattutto quando vengono pronunciate da chi ha responsabilità pubbliche».