Il racconto di trenta giorni a San Luca, vivere un mese nel paese segnato da storie di ’ndrangheta che però è anche, e soprattutto, altro

Per trenta giorni ho vissuto a San Luca, in provincia di Reggio Calabria, per cercare di capire che cosa significhi abitare un luogo che da decenni viene raccontato soprattutto attraverso la ’ndrangheta. Sono arrivata con una domanda che partiva dalla criminalità organizzata e sono ripartita con una consapevolezza più ampia: per capire davvero un paese così bisogna prima di tutto imparare a viverlo, ascoltarlo e guardarlo oltre la reputazione che gli altri gli hanno costruito intorno.

San Luca è certamente un luogo segnato da una storia mafiosa dolorosa e documentata. È il paese dei sequestri di persona, delle faide, della strage di Duisburg, delle famiglie apicali di ’ndrangheta e delle reti criminali che negli anni hanno raggiunto luoghi ben oltre la Calabria. Ma San Luca è anche e soprattutto altro. È un paese di persone che lavorano, crescono figli, vanno in chiesa, emigrano, studiano, tornano, aprono negozi, si incontrano nei bar, si aiutano e cercano, semplicemente, di vivere.

È questa la prima cosa che ho imparato: San Luca è un paese reale prima ancora di essere un simbolo per il narratore o la narratrice di turno.E forse proprio la quotidianità è ciò che più facilmente scompare quando un luogo viene raccontato sempre attraverso la cronaca.Sono entrata nei bar, nelle case, nelle botteghe. Ho parlato con persone che mi hanno raccontato il lavoro, la famiglia, la fede, le partenze, i ritorni, le indagini, le cicliche perquisizioni, i figli, i pregiudizi e il futuro. Ho ascoltato soprattutto storie. E tante di queste storie cominciavano molto prima della ’ndrangheta o avevano poco a che fare con essa.