Ci sono artisti che inseguono la realtà. Franco Fontana faceva l'opposto: aspettava che fosse la realtà a farsi fotografare. È morto nella mattina di sabato 29 agosto a Modena, a 92 anni, nella città da cui non se n'è mai andato. Ha continuato ad abitare a Cognento, appena fuori Modena, come se il MoMA di New York fosse poco più in là della via Emilia. In effetti, per lui lo era. Bastava cambiare l'inquadratura.
La geografia, per Franco Fontana, era un'opinione ottica. Negli anni Sessanta, mentre la fotografia italiana cercava ancora di dimostrare di essere una cosa seria attraverso il bianco e nero — il grigio della coscienza, il nero dell'impegno, il bianco del rigore — lui ebbe un'intuizione che sembrava quasi una bestemmia estetica: il colore non era un'aggiunta attraente, era il soggetto. Non un cosmetico pubblicitario, come pensavano molti fotografi dell'epoca, ma un linguaggio. Il colore era considerato troppo allegro, troppo commerciale, troppo pubblicitario, poco penitente.
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Fontana continuò a fotografare a colori con la calma degli emiliani e con la testardaggine dei modenesi. Così i campi coltivati diventarono bande cromatiche degne di Rothko. Le colline si trasformarono in geometrie che sembravano progettate da Mondrian durante una vacanza in campagna. Un muro rosso, un pezzo di cielo blu, una striscia d'asfalto bastavano a costruire un universo. Non fotografava il paesaggio: fotografava il momento in cui il paesaggio smetteva di essere paesaggio e diventava pensiero. Come in quello scatto celeberrimo del 1967: quello scorcio urbano di Praga dominato dai tetti della città, in cui spicca come un lampo cromatico un'automobile di colore rosso vivo.










