Non è soltanto il cambio di un conduttore con altri due. E non va considerato l'avvicendamento di Sigfrido Ranucci a Report come una variazione nel palinsesto. Potrebbe essere invece - e usiamo questi paroloni volutamente - una promessa di svolta culturale. O almeno un cambio di pagina in favore di un diverso tipo di giornalismo d'inchiesta. Che recuperi - applicando la lezione rovesciata del format Sigfrido - la migliore tradizione di questo genere d'informazione. Di cui il servizio pubblico ha dato prove di eccellenza e di credibilità: basti pensare a Tv7, a Zavoli, a Minoli. Vade retro narcisismo, vieni avanti equilibrio e affidabilità, inchieste e non teoremi, equilibrio e non partigianeria, approfondimento e zero propaganda.

Senza appartenenze La Rai puntando su Daniele Piervincenzi e Giulia Presutti, due professionisti giovani e liberi da vecchie appartenenze professionali e politiche e ingiustamente svillaneggiati da Sigfrido - che non ha mai perso lo stampo di TeleKabul, mentre i suoi sostituiti forse non sanno neppure che questo fu il nomignolo della vecchia RaiTre - segna un salto d'epoca che potrebbe rivelarsi importante. Anche se a Report c'è aria di insurrezione, probabilmente perché altri aspiranti divi - in redazione c'è chi li definisce "soloni," - erano pronti a prendere il posto della star e sono stati delusi nelle loro aspettative. E nelle loro abitudini da reiterare se gli fosse stato concesso: due pezzi di verbale giudiziario per fare una inchiesta, e due inseguimenti alle vittime del tipo: dica, dicaaaa, come si difende, non sfugga, non fugga. Un pestaggio, ecco.Ma al netto delle resistenze di Ranucci, dei suoi finti amici e del teatro dell'Io, non c'è dubbio che il cambio di persone alla guida di Report può significare un cambio di spartito. I conduttori del nuovo inizio sembrano azzeccati. Professionalità interne, vincitori di concorso, simboli del servizio pubblico che forma, valorizza e si rinnova. Piervincenzi (famosa la scena del boss di Ostia che lo prende a testate) è uno che la mafia anche fisicamente la combatte. Presutti, prima classificata nel concorso di rinnovamento della Rai e inviata di Report, ha un percorso professionale di giornalismo investigativo molto piantato sul campo.Sigfrido di botto, di fronte a colleghi così da cui si sente spiazzato e infatti reagisce rabbiosamente, sembra un personaggio archeologico, ancora legato alla retorica politica pseudo-antagonista e affezionato a riti e pose, il conduttore unico delle coscienze, il giustiziere, l'antagonista anti-garantista, che piaceranno a un pubblico di fideisti allevati al populismo televisivo ma in un Paese che vuole laicizzarsi ed è strapieno di persone pensanti non in maniera demagogica o preventivamente accusatoria questa ricetta - oltre ad aver perso di credibilità al contatto con Lavitola l'apprendista stregone - risulta stantia, poco adatta a un contesto civile post-ideologico e secolarizzato, e insomma démodé.Di fronte a un servizio pubblico che ha scelto Piervincenzi-Presutti, la resistenza personalistica di Sigfrido perde forza, appare sempre più surreale e auto-riferita.La svolta su Report vale allora come suggerimento: no personalismo hard e protagonismo combat; ritorno del giornalismo d'inchiesta al valore che lo ha reso, in Rai e fuori, un esercizio insostituibile; recupero della precisione e dell'equilibrio politico. E ancora: garantissimo e non video-costruzione del colpevole. Ecco, il giornalismo d'inchiesta, che è preziosissimo, ha la possibilità di darsi un futuro - fattuale! - all'altezza delle aspettative che lo riguardano. Può essere un bene ciò che è accaduto a Ranucci perché suggerisce di applicare la lezione opposta a quella praticata in questi anni da Sigfrido.Su un punto, è assai necessaria la svolta: ossia sull'autonomia dell'informazione dal potere giudiziario. Ranucci osannato al congresso dell'Anm deve valere come una scena da non vedere mai più. Perché raconta di una compartecipazione e di una sudditanza. Il Report che verrà, da novembre, dovrà sperabilmente non soffrirne. L'apertura di una nuova fase offre l'occasione per smontare i meccanismi drammaturgici dell'ultimo decennio del format di RaiTre, per ricucire il filo interrotto con la grande tradizione dell'approfondimento radiotelevisivo, per rimettere la chiesa - ovviamente laica: il buon giornalismo d'indagine - al centro del villaggio.Per comprendere la portata di questa transizione, occorre smontare la falsa credenza secondo cui l'inchiesta televisiva moderna sia nata con la formula dell'accusa spettacolarizzata. La genesi del genere nel nostro servizio pubblico affonda le radici in una postura radicalmente diversa. Quando Sergio Zavoli firmava capolavori della documentazione come "Nascita di una dittatura" o le sue storiche indagini sulla società italiana, la forza del racconto risiedeva nell'assenza di perentorietà. Zavoli non saliva in cattedra, abitava il dubbio. Allo stesso modo, l'innovazione portata da Minoli con Mixer dimostrò come il rigore dell'indagine e la serrata grammatica del montaggio potessero convivere con un rispetto quasi chirurgico per i fatti, e per le persone, in cui la provocazione era uno strumento dialettico e mai un giudizio morale emesso a priori.L'equivoco più grave che ha inquinato il dibattito pubblico è la presunta incompatibilità tra giornalismo d'inchiesta e garantismo costituzionale. Si è affermata l'idea che un'inchiesta "efficace" debba necessariamente coincidere con un'atto d'accusa o con l'anticipazione di un giudizio penale. Ora basta, no? E basta gogna, è vero? Il facile manicheismo ha preso la mano a certo giornalismo e Sigfrido in questa deriva si colloca.Un brand da salvare Gabanelli dice «lunga vita a Report». E ha proprio ragione. Un brand che rischiava di finire fuori mercato, come il Concorde franco-britannico e come certi prototipi Boeing per i disastri provocati, come la Ferragni causa Pandoro e con tutte le ovvie e colossali differenze tra di loro e tra loro e Report la lista dei marchi flop può essere lunghissima, ha la possibilità di restare al mondo, a condizione che recuperi fiducia. La Rai è quello che è, ma il fatto di voler azzardare - ci si passi la parolaccia - un re-branding non è poco. E la scommessa va anche oltre il caso specifico di Report e della sorte di Ranucci. Il quale continuerà strenuamente a combattere ma ormai è diventato soprattutto oggetto di satira o di modernariato.