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Ho visto il cinghialotto infilzato con un dardo alle porte della capitale. E mi è venuta voglia di prendere per il collo quel demente che munito di arco e frecce se ne va per le vie della città e stecchisce gli ungulati. Roma savana. Roma spietata. E dire che viene da una lupa e ne va fiera. Non oso pensare al dolore di quell’animale quando si è sentito trafitto dalla balestra. Grande poco più di un cane e magro come un cencio perché la differenziata impone il razionamento della pattumiera. Se ne andava in giro per le vie del comunello arroccato sul tufo (Castelnuovo di Porto) cercando il suo branco. Non ha avuto scampo ed è rimasto impalato dall’odio cieco di un vigliacco che avrà creduto di compiere impresa eroica. Ho visto quel cucciolo barcollare ai margini della strada come un bevitore esausto che si incazza e se ne va, domandandosi come sarebbe stato nascere nel mondo delle favole, dove le bestie selvatiche sono simbolo di forza e nessuno osa rompere loro le balle. Sto con il cinghiale. E lo difendo fino alla morte. Potessi marciare con le mie gambe fino a Roma organizzerei una manifestazione di piazza in difesa della specie.

È un vezzo antico perseguitare quelle povere creature. Il sommo poeta li accumunava ai vizi luridi degli umani, fiere demoniache e selvagge che hanno in uggia i campi coltivati e i modi raffinati. Ma non c'è stato secolo o epoca della storia che non li abbia sbertucciati e osteggiati. Vedono due zanne e un ciuffo ispido e pensano già a come cuocerli in salmì e cavargli la testa per imbalsamarla sopra i camini. Uno di loro si è accampato recentemente nel giardinetto accanto alla casa di Gualtieri: tipo pingue e tranquillo, l’hanno descritto, pare che fosse il portavoce dei cinghiali ma non ha avuto udienza dal sindaco canterino e se ne è andato a testa china domandandosi se sia questa la res pubblica celebrata da Cicerone. Un altro esemplare questa estate non ci ha più visto dal caldo, ha percorso la ciclabile di Saxa Rubra e si è messo a bere alla fontanella comunale: se ne stava steso sotto il nasone che spruzzava acqua e refrigerio e non voleva sentire ragioni delle biciclette sul selciato e delle risate dei bambini. Quel grufolare caparbio avido di ogni bendi dio è snervante, lo ammetto, ma non è un peccato mortale semmai opera meritevole che esercita la razza per tenere a bada i rifiuti malsani della capitale.