L’11 agosto, come ogni mese, Venkata Vasamsetty è entrata nell’ufficio dell’Immigration and Customs Enforcement di Charlotte, in North Carolina. Quel giorno, però, ne è uscita in manette. Nata in India, arrivata negli Stati Uniti dal 1999 e titolare di una green card dal 2013, Venkata ha 59 anni, è madre di due cittadine americane e fa l’insegnante. Non ha precedenti penali. Nel luglio 2022 era tornata in India per assistere i genitori malati di Covid, si era ammalata anche lei ed era rimasta fuori dagli Usa fino al 20 febbraio 2023. Quando era tornata, il Department of Homeland Security le disse che quei 7 mesi d’assenza erano la prova che aveva abbandonato la residenza permanente negli Usa, ma il 19 maggio un giudice aveva dato ragione a lei. Venkata aveva continuato a presentarsi ai controlli periodici dell’Ice e l’11 luglio aveva consegnato agli uffici anche la sentenza firmata dal giudice. Un mese dopo, è stata arrestata.
Venkata è una delle migliaia delle persone risucchiate nella campagna anti-immigrazione della Casa Bianca, che a luglio ha fatto registrare una brusca accelerazione. Secondo un’analisi dell’Associated Press sui dati ICE forniti al Deportation Data Project dell’Università della California, il mese scorso l’agenzia ha effettuato 49.571 arresti – il 15% in più rispetto ai 43.021 di giugno e il 70% in più rispetto ai 29.241 di febbraio – con una media che nell’arco di 5 mesi è passata da 1.044 a quasi 1.600 fermi al giorno. Il nuovo picco supera anche il livello raggiunto durante l’inverno, quando la città di Minneapolis era stata eletta dal governo a palcoscenico sul quale mostrare il pugno duro e i fermi erano saliti a circa 40 mila a dicembre per poi mantenersi sugli stessi livelli a gennaio, prima che le uccisioni di Renee Good e Alex Pretti consigliassero la Casa Bianca per un ridimensionamento dell’operazione.













