I negoziati sono fermi, ma almeno non si è ancora tornati ad attaccare. Stati Uniti e Iran, a sei mesi dall’inizio della guerra, sono in una situazione di impasse in cui nessuno dei due è ancora pronto a fare un passo indietro per farla finire. Teheran per massimizzare il più possibile i risultati ottenuti, Washington perché prima deve convincere il resto del mondo di non aver perso: compito piuttosto arduo, considerata non solo la situazione attuale, ma anche il fatto che capire a chi dare retta ormai è un’impresa sempre più difficile.
È come se ci fossero due guerre. Da una parte quella raccontata dagli ayatollah, dall’altra quella descritta dalla Casa Bianca. Il terreno di scontro principale, anche della narrazione, ormai è lo Stretto di Hormuz. Secondo il presidente Trump sarebbe aperto e perfettamente funzionante, dopo che le mine iraniane posizionate nei mesi scorsi sono state rimosse. Il problema è che, dati satellitari alla mano, di navi che vi transitano non ce ne sono.
Non secondo i funzionari americani, che hanno riferito alla testata Axios che le acque del Golfo Persico sarebbero solcate da 20-30 petroliere al giorno, ossia circa il 50% rispetto all’inizio delle ostilità. Al presidente, che ha definito lo Stretto territorio degli Stati Uniti, ha risposto il viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi, dandogli dello schizofrenico.







