In una stagione così povera di eroi e così ricca di invettive, può capitare di rimettere in discussione anche un personaggio come Giovanni Falcone, sia pure solo nel tratto finale della sua breve vita, quando entrò nel “cuore” dello Stato e del governo, ma Pietro Grasso che collaborò con lui proprio in quella fase, propone un profilo fuori dagli schemi: «Anche in quella fase finale della sua esistenza, Falcone ebbe contro tutti, i Procuratori generali, la Anm, persino le forze di polizia timorose di perdere potere e tuttavia, nonostante le resistenze gettò le basi della Direzione Nazionale Antimafia. Qualcuno provò a delegittimarla e svilirla subito, battezzandola “Superprocura”, ma quella struttura è diventata un fiore all’occhiello del nostro Paese nella lotta alle mafie». Classe 1945, palermitano, Pietro Grasso, oggi presidente della Fondazione Scintille di futuro, è stato il giudice a latere del (veramente storico) maxi-processo del 1986-87, dal 1991 è a fianco di Falcone al ministero di Grazia e Giustizia, poi Procuratore nazionale anti-mafia e in anni più recenti protagonista di una importante esperienza politica come presidente del Senato.
Il paradosso di Falcone: un servitore dello Stato così legato allo Stato da incutere preoccupazione in chi preferiva “accomodarsi”? «Il paradosso consiste in questo: lui era una sorta di marziano e aveva la capacità di trovarsi sempre davanti. Quando era vivo, tanti hanno tremato per la portata rivoluzionaria delle sue idee. Persino le forze di polizia. Nel progetto originario la Direzione nazionale Antimafia, la Dna, avrebbe dovuto servirsi direttamente della Dia, chiamata a diventare l’unico organismo che si sarebbe dovuto occupare delle indagini antimafia, una sorta di Fbi, si disse. Ma allora la resistenza al progetto fece sì che quelle forze - che peraltro avevano già i loro organismi centrali, lo Sco, il Ros e lo Scico - continuarono a fare le loro indagini antimafia. Mentre per varare la Dna le resistenze maggiori, dobbiamo riconoscere che vennero dall’interno della magistratura. Ho letto su La Stampa il racconto in presa diretta della reazione di Falcone nei giorni nei quali ricevette le lettere di sostanziale bocciatura da parte dei procuratori generali al suo progetto di Dna». È un passaggio delicato nella storia nazionale: esaurita la stagione della convivenza e dopo il maxi-processo, lo Stato prova ad organizzare la controffensiva operativa? «Molti procuratori generali nelle lettere avevano usato toni arroganti e offensivi, ma qualcuno di loro partecipò alla riunione. Prevalse una bocciatura assoluta e alla fine ricordo il suo sorriso triste ma anche parole di fiducia: “Vedrai che alla fine la ragione prevarrà”. Per continuare nel suo progetto, si inventò il procuratore della Repubblica distrettuale. Non bastò a vincere le resistenze, anzi si infuriarono i procuratori che si videro tolte le competenze antimafia».







