Alle 8:40 del 26 agosto 2026, una piena lampo di fango, acqua e detriti ha investito il corridoio himalayano tra Rasuwa, Timure e il confine con il Tibet. In quella valle stretta e vulnerabile si trovava anche Stefano Lotumolo: il fotografo italiano è sopravvissuto con il suo gruppo e il suo racconto, sospeso tra shock e lucidità, offre il volto umano di una delle più gravi catastrofi recenti nell’area di frontiera tra Nepal e Cina.

La massa di fango arriva quando il mattino è appena cominciato. Nella valle, vicino a Timure, il confine tra Nepal e Cina non è una linea astratta sulle mappe: è una strada, un fiume, un corridoio di commerci e pellegrinaggi. Alle 8:40-8:45 del 26 agosto 2026, però, quel corridoio si trasforma in una trappola. La piena lungo il Bhote Koshi travolge infrastrutture, spezza collegamenti, trascina via tutto ciò che incontra e lascia dietro di sé una domanda ancora aperta: come può una catastrofe di questa scala abbattersi in pochi minuti su una valle himalayana già esposta e fragile?

In quel paesaggio si trovava anche Stefano Lotumolo, fotografo italiano, tra i connazionali sopravvissuti alla devastazione. Nel racconto raccolto da La Stampa, Lotumolo riferisce di essersi salvato con il suo gruppo in circostanze che lui stesso descrive come quasi miracolose, dopo aver visto scendere quella che definisce una valanga incredibile a pochi chilometri dalla frontiera con la Cina. Il punto geografico indicato è la zona di Timure, uno dei passaggi più sensibili del distretto di Rasuwa, porta d’accesso verso il Tibet e snodo esposto ai rischi naturali dell’alta montagna.