Venivano presentate come analisi accademiche attendibili, invece erano contenuti prodotti in automatico dall’intelligenza artificiale sotto l’ombrello di quello che si è poi rivelato un falso think tank. L’obiettivo: diffondere la propaganda israeliana online. A rivelarlo è un’inchiesta condotta dal Guardian secondo la quale il centro studi in questione, l’Hanover Institute for Public Policy, ha pubblicato oltre mezzo milione di parole in nove giorni.
Un flusso continuo di contenuti che, però, non erano frutto dello studio e dell’analisi di alcun politologo, bensì mera propaganda a sostegno del governo di Tel Aviv. I giornalisti del quotidiano britannico hanno verificato che il sedicente istituto non esiste come entità legale in alcuna giurisdizione, non ha un indirizzo fisico e non riporta alcun membro dello staff né alcuna firma sui suoi articoli. Elementi insoliti per un think tank, gravi mancanze che ne minano già a primo impatto la credibilità.
Per quanto riguarda i contenuti, invece, viene esposta la posizione di Israele su temi come la tortura dei prigionieri palestinesi, i crimini di guerra dello Stato ebraico e le accuse di affamare deliberatamente la popolazione di Gaza, il tutto presentato però come una ricerca neutrale. A registrare il sito presso il dipartimento di Giustizia statunitense, ad agosto, è stata la società di produzione newyorkese Piro Inc. Un’azione che rispetta il Foreign Agents Registration Act (Fara), una legge del 1938 che impone a chiunque lavori per un governo straniero di dichiararlo formalmente. E la Piro ha non a caso precisato che il materiale prodotto veniva pubblicato per conto del governo israeliano.










