Al simposio di Jackson Hole il presidente della Federal Reserve Kevin Warsh afferma che «l’inflazione negli Stati Uniti ha rallentato ma è ancora troppo alta» e lascia aperta «la possibilità di aumenti dei tassi per contrastare l’aumento dei prezzi».
Per Warsh, «dal punto di vista dell’occupazione, uno dei due pilastri del doppio mandato della Fed, il nostro Paese sta andando bene. I mercati del lavoro sono piuttosto stabili. Il tasso di disoccupazione, pari al 4,1%, rimane basso rispetto agli standard storici e non ha subito variazioni significative negli ultimi due anni. Le richieste di sussidio di disoccupazione, calcolate su una media di quattro settimane — un indicatore in tempo reale empiricamente solido — sono vicine al livello più basso degli ultimi decenni. A mio avviso, il turnover relativamente basso nell’attuale mercato del lavoro è in parte il risultato del significativo processo di ricollocamento tra datori di lavoro e dipendenti che si è verificato su larga scala nel contesto post-pandemico», ha spiegato il presidente della Fed.
«Per quanto riguarda invece la stabilità dei prezzi», ha aggiunto Warsh, «parte del nostro mandato, i dati sono più preoccupanti. L’indicatore di inflazione preferito dalla Fed, la variazione su 12 mesi dell’indice dei prezzi Pce, si attesta al 3,7 per cento, mentre la variazione su sei mesi è del 4,1 per cento. Anche gli indicatori comparabili dell’indice dei prezzi al consumo (CPI) sono elevati, così come gli indicatori di fondo dell’inflazione sia del Pce che del CPI. Nessuno di questi indicatori è perfetto, ma tutti raccontano una storia simile: l’inflazione è superiore al nostro obiettivo del 2%. Pertanto, l’attenzione principale della Fed in questo momento dovrebbe concentrarsi sui prezzi».










