Un’efficace pianificazione dell’adattamento per gli ambienti urbani non può prescindere da una profonda attenzione verso le tematiche di quella che può essere a ragione definita una «giustizia termica». Lo abbiamo ben visto negli ultimi mesi, se mai ce ne fosse stato bisogno: le aree metropolitane odierne si trovano ad affrontare sfide climatiche sempre più stringenti, tra cui l’amplificazione dell’effetto isola di calore e la crescita nella frequenza e nell’intensità delle ondate di calore estive. Tuttavia, l’impatto di questi fenomeni estremi non si distribuisce in modo uniforme sul tessuto cittadino. Il Centro Euro-Mediterraneo sui cambiamenti climatici (Cmcc) ha affrontato la questione e in uno studio pubblicato sulla rivista scientifica “Nature climate change” col titolo “Thermal justice in urban climate change adaptation” emergono una serie di dati e informazioni da tenere in alta considerazione.
Se è innegabile che le città debbano adattarsi alle ondate di calore, che ciò avvenga piantando alberi, aprendo centri di raffrescamento, sovvenzionando l’aria condizionata, dipingendo i tetti, aggiungendo ombreggiature e diffondendo allerte e se è vero che queste misure contribuiscono a salvare vite umane e migliorare le condizioni di vita, è altrettanto ero che se prese fuori contesto, queste iniziative corrono anche il rischio di semplificare eccessivamente la questione: individuare gli hotspot, installare sistemi di raffrescamento e dichiarare raggiunta la resilienza. Nell’analisi pubblicata su “Nature climate change”, a cui hanno partecipato i ricercatori del Cmcc Giacomo Falchetta e Antonella Mazzone, viene sottolineato che un approccio fatto solamente delle misure sopra elencate non coglie pienamente la complessità delle sfide di adattamento in un mondo urbano che si riscalda.







