Adattando la bossa nova al pop italiano in voga con una voce credibile, l’aspirante tormentone di Gaia descrive gusti e vezzi del nostro tempo.

Se pure i tormentoni estivi sembrano un relitto del passato, una cosa non smette di essere attuale e frequente: gli articoli in cui io e molti altri colleghi ci sforziamo di spiegare le ragioni di questa subitanea sparizione sonora. Farlo è ormai un rito di passaggio culturale che ci permette di elaborare un lutto: la fine del consumismo musicale come forza motrice della cultura popolare. Perché, in ultima istanza, è della magia instabile di quest’ultimo fenomeno, l’equilibrio precario di capitale e bellezza, che descriviamo la rottura quando ci meravigliamo del fatto che le “canzoni dell’estate” non sembrano più (accento sul “sembrare”) universali, condivise, rilevanti. Oh, certo, di aspiranti tormentoni ne abbiamo eccome, ma quelli che la spuntano dal punto di vista commerciale non sembrano più (di nuovo, quel verbo) descriverci accuratamente.

Come si è detto tante volte qua sopra, la ricetta di questa reazione chimica contiene solo due ingredienti: la sorpresa e la familiarità. Canzoni dotate di questi elementi in giusta miscela, anche se non dovessero portarsi a casa tutto il malloppo dei nostri stream (per quel che valgono), continuano a esistere in gran quantità. E anche quando orbitano intorno alla vetta senza mai toccarla, molte di queste hanno tutte le carte in regola per meritare una dissertazione, poiché dicono qualcosa di noi. È il caso, per esempio, di Bossa nostra di Gaia.