Di Yayoi Kusama è più semplice dire quello che non è stata, quello che non ha avuto. La fama, il successo, il prestigio di Andy Warhol e Claes Oldenburg. Un pene, una vita costellata di successi: non chiamatela signora. È di ieri la notizia della sua morte, il 14 agosto, all’età di 97 anni, in un ospedale di Tokyo. Ospedali, posti familiari per Kusama. In uno di quelli psichiatrici di Tokyo aveva deciso di vivere da oltre quarant’anni. Internata volontaria: destino inedito per una donna. Le fasi di acuta depressione e le allucinazioni – per lei, "depersonalizzazioni" – che la tormentavano sin dall’infanzia l’avevano condotta là, in cerca d’aiuto. Corsi di arteterapia, il suo studio a pochi passi, una stanza tutta per sé: "Voleva dedicare il suo tempo a fare arte. Non è una cattiva sistemazione. Se guardi la storia dell’arte, molti uomini di successo hanno avuto mogli o servitori che lo facevano per loro", commentava Glenn Scott Wright, uno dei curatori delle mostre di Kusama e co-direttore della galleria d’arte internazionale Victoria Miro. E Wright colpiva nel segno.
Non era, davvero, una signora: era la donna dei pois, dei falli, dei fiori, delle zucche, dei punti, degli specchi infiniti, delle serie di oggetti ripetuti, delle sculture morbide. La donna dello scandalo prima che l’artista le cui mostre andavano sold out in poche manciate di minuti. A New York dipingeva a pois corpi nudi e li portava a Wall Street per dire basta alla guerra in Vietnam. Poi, nel 1968, inscenò il primo matrimonio omosessuale e s’inventò una boutique di vestiti bucati per scoprire seni e natiche. La scultrice e pittrice di manie, allucinazioni, visioni, pulsioni suicide. Ma fino agli anni ’90 la vita artistica di Kusama è stata saccheggiata da uomini, non qualunque.










