Qualche giorno fa, su quel piazzale ampio e austero che segna l'ultimo avamposto cinese prima del passaggio in Nepal, spazzato via da una violenta ondata di fango e acqua, c'ero io. Con altre centinaia di turisti italiani, spagnoli, indiani. Con cinesi e nepalesi a far la spola tra i due territori.

Era la mattina del 20 agosto, alla fine di un viaggio in Tibet e in attesa di passare il confine. Sei giorni fa, solo sei giorni fa. Due ore in fila a Kyirong, e altre due nel caotico versante nepalese, per i necessari controlli, proprio dove ora le immagini registrate dalle telecamere di sorveglianza ci hanno restituito decine di persone, in fuga dalla furia dell'alluvione, scappare verso una disperata quanto improbabile salvezza.

Lungo la strada che ci aveva portato lì da Xegar (l'ultima cittadina tibetana prima della terra di nessuno), avevamo incontrato una lunga fila di mezzi pesanti fermi - chissà da quanto -, in attesa del proprio turno per attraversare la frontiera.

Perché già da giorni la situazione tra Cina e Nepal era complicata: frane e piogge monsoniche tipiche della stagione, e particolarmente intense quest'anno, avevano già causato notevoli disagi. Chiuso da un paio di settimane il valico più a est di Kodari (proprio per frane che impediscono il passaggio in più punti), l'unica via rimasta era proprio quella di Kyirong (e Rasuwa per il versante nepalese).