Yufan Lu ha visitato più di trenta cliniche estetiche chiedendo come migliorare il suo aspetto. Il risultato è una denuncia sottile degli stereotipi imposti dall’industria della bellezza, scrive Arianna Rinaldo

Fin dall’adolescenza Yufan soffre a causa del suo aspetto. A scuola i ragazzi della sua classe stilano una classifica delle ragazze, dalla più bella alla più brutta. Lei non si sente all’altezza, non ritiene di avere un corpo perfetto né il viso giusto. Le centinaia di influencer che scorrono rapide e sicure sul suo cellulare, al tocco leggero del dito, alimentano le sue insicurezze: volti impeccabili, occhi grandi e zigomi scolpiti. Nemmeno le modelle ammiccanti sui grandi manifesti pubblicitari della sua città sembrano lasciare spazio a chi non rientra in quei canoni.

Anche nell’orgogliosa Cina gli standard di bellezza rispondono a dinamiche globali e standard definiti da una politica economica della moda e della cosmetica. In un mondo sempre più interconnesso, le tendenze estetiche si somigliano e si replicano a tutte le latitudini.

Molte compagne di classe scelgono di sottoporsi a interventi di chirurgia estetica che ricevono come regalo per il diploma, e cominciare così l’università con un volto nuovo, perfetto, destinato al successo. Yufan si sente sempre più fuori luogo. Dopo gli studi artistici a Londra e Helsinki, trova nella sua arte un modo per combattere paure e incertezze, o almeno ci prova, con un progetto artistico brillante ed elaborato.