Lo stato siriano ha recuperato il controllo delle strutture civili e militari dei curdi siriani. Il sogno dell’autonomia del Rojava si è infranto, ma una convivenza pacifica è ancora possibile
La tomba di Bercem Berxbotan, in fondo al “cimitero dei martiri” di Kobane, è ornata di fiori. Il combattente delle forze antiterrorismo curde è caduto al fronte a 23 anni lo scorso gennaio, nei pressi della città curda di 50mila abitanti nel nord della Siria, in uno scontro con le forze governative siriane. La salma è stata ritrovata solo a luglio in un obitorio del nordest, dove l’avevano portata i commilitoni. “Ho girato tre obitori per ritrovarlo”, dice sua madre, Basse Qassem. “Molti corpi sono ancora lì. E molti giovani di Kobane sono dispersi. Tutti i nostri figli sono combattenti”.
La salma di Berxbotan si aggiunge a quelle di migliaia di giovani uomini e donne di Kobane che hanno dato la vita per il Rojava, la patria dei curdi in Siria, in più di dieci anni di guerre: contro il gruppo Stato islamico, contro la Turchia e i suoi alleati siriani, infine contro le forze del presidente siriano ad interim Ahmed al Sharaa.
Il loro sogno di autonomia è finito con la perdita dei territori che i curdi controllavano nel nord e nel nordest della Siria e con la firma, il 30 gennaio, di un accordo per integrare nello stato siriano le Forze democratiche siriane (Fds, un’alleanza guidata dalle milizie curde) e l’Amministrazione autonoma della Siria del nordest (il nome ufficiale del territorio noto come Rojava). Il 20 agosto il generale Mazloum Abdi, capo delle Fds, ha annunciato che questa fase è stata completata






