Dopo più di cento giorni l’epidemia nell’est della Rdc non accenna a rallentare. E alcuni studi scientifici avevano già previsto la ricomparsa del virus in quest’area degradata

La diciassettesima epidemia di ebola nella Repubblica Democratica del Congo (Rdc), dichiarata il 15 maggio, si diffonde “più velocemente rispetto a tutte le precedenti”, ha avvisato l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). L’ultimo bilancio è di più di 5.656 casi e 2.715 morti confermati (dati del 25 agosto). Questa tragedia non deve sorprendere. È la conseguenza prevedibile di un fenomeno descritto dagli scienziati: la distruzione delle foreste, lo sfruttamento minerario e gli spostamenti delle persone favoriscono l’avvicinamento tra i virus e i loro ospiti umani.

L’epidemia è scoppiata nella regione di Mongbwalu, nella provincia dell’Ituri, nel nordest della Rdc. È uno dei territori africani dove, secondo studi recenti, il rischio di ricomparsa dell’ebola era significativamente più alto. Il legame è stato studiato da Carson Telford, un ricercatore statunitense specializzato in malattie infettive. In un articolo del 2025 che ha pubblicato sulla rivista Emerging Infectious Diseases insieme ad altri colleghi dei Centri di controllo e prevenzione delle malattie statunitensi, Telford si era interessato alle condizioni in cui emergono le epidemie di ebola. La sua analisi le associava a diversi fattori come la deforestazione e le condizioni meteorologiche, ma anche ad attività umane come la caccia o il commercio di carni di animali selvatici. A partire da questi parametri, i ricercatori hanno creato una scala del rischio per diverse regioni dell’Africa equatoriale. Il caso di Mong­bwalu fa riflettere: secondo calcoli del 2024 già all’epoca l’area era tra le più preoccupanti, sia per il rischio di comparsa del virus sia per la rapidità con cui questo rischio aumentava.