Nel 1926 Martha Graham fondava la sua compagnia. Cento anni dopo, la Library for the Performing Arts di New York celebra la sua rivoluzione: “The Mother of Psychological Dance”, mostra curata dal danzatore e coreografo Jack Ferver con costumi, fotografie, filmati e scenografie. Ma perché Graham è stata così importante? Forse perché ha fatto con il corpo qualcosa che Freud aveva fatto con la parola: ha provato a tirare fuori quello che normalmente resta dentro. Emozioni, memoria, desiderio, paura, inconscio. Sostenendo di non sapere nemmeno cosa significasse davvero “coreografia”, inventò un nuovo metodo, ma non a tavolino. Partì dal proprio corpo. Un corpo, tra l’altro, che non corrispondeva agli ideali della danza classica, ma a Graham interessava poco: quello era lo strumento che aveva e bisognava scoprire cosa fosse capace di fare e significare: e questo è uno dei passaggi decisivi della danza moderna. La mostra lo racconta attraverso opere diventate leggendarie. C’è “Lamentation” del 1930, dove Graham, quasi imprigionata dentro un tubo di tessuto, trasforma il dolore in una forma visibile. E c’è il set originale in legno e corda progettato da Isamu Noguchi per “Frontier” del 1935, insieme al costume di Graham. Con Noguchi accade qualcosa di fondamentale: la scenografia smette di essere uno sfondo e diventa quasi la prosecuzione della mente del personaggio. Succede soprattutto quando Graham incontra il mito. Medea allora arriva a dare un corpo alla gelosia o Arianna entra nel labirinto per affrontare il Minotauro, che diventa il simbolo di una paura sessuale. La mitologia, insomma, si trasforma in psicologia. Graham evidentemente guardava al modernismo europeo e ad artisti come Picasso e Stravinsky, al loro bisogno di riformulare o rifiutare le tradizioni. Ma lo faceva cercando un suo codice personale e arrivando a una danza profondamente americana, capace di parlare di frontiera, democrazia, guerra e società. E soprattutto aveva capito che non sempre l’artista deve andare incontro al pubblico. Qualche volta è il pubblico che deve imparare un nuovo modo di guardare.