Prendete un cattolico veneziano e ditegli che non può pregare in una delle 137 chiese consacrate del centro storico o nelle altre decine sparse in terraferma. Cosa vi risponderebbe? Probabilmente si scandalizzerebbe per il diritto religioso violato, ma neanche troppo, visto che le statistiche indicano come a messa ci vada regolarmente ben meno del 20 per cento dei veneti. Fate la stessa domanda agli islamici della città lagunare e dell’entroterra di Mestre-Marghera, che sono ormai circa ventimila (numero non ufficiale), un decimo della popolazione totale, e riceverete una risposta molto diversa.
La possibilità di praticare la propria fede in una moschea è stata platealmente negata nel capoluogo di quella che fu la Serenissima Repubblica, dalla lunga tradizione di traffici e affari con l’Oriente. Il neoeletto sindaco Simone Venturini non vuole che sia costruita e sottopone alla comunità dei fedeli di Allah (in maggioranza bengalesi) un elenco di prescrizioni da ottemperare.
Venturini ha sbattuto la porta in faccia agli extracomunitari. “Nessun tavolo di confronto, finché non ci saranno le condizioni giuste. I tempi non sono maturi”. Il primo cittadino vorrebbe sottoporre gli islamici a un test di idoneità collettiva: “La comunità bengalese deve ancora fare alcuni passi avanti per l’integrazione. Il che vuol dire rispetto delle regole di convivenza civile. Parliamo anche dell’abbandono dei rifiuti, del tema dell’integrazione delle donne, della conoscenza della lingua, di come vengono tenuti i negozi. Se vedessimo avanzamenti in tal senso ci si può sedere a un tavolo e iniziare un lungo percorso. Ora non sussistono le condizioni”.










