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Ida Bozzi

Nicola Gardini indaga come possiamo diventare cercatori di conoscenza. Da giovedì 27 agosto in edicola con il quotidiano, in collaborazione con Garzanti, il saggio del classicista di Oxford. Apprendere non vuol dire aderire al già noto, ma andare oltre i limiti

La natura di Ulisse, come l’ha descritta Dante nell’Inferno, è andare «per l’alto mare aperto»: né l’amore per Penelope né la nostalgia per il figlio, dice l’eroe al poeta nel XXVI canto, «vincer potero dentro a me l’ardore» per il sapere e l’ignoto. Addirittura, spinta la nave fino alle colonne d’Ercole tra Gibilterra e Ceuta, al limite del mondo noto, ai suoi marinai stanchi di viaggio l’eroe rivolge l’esortazione più celebre della Commedia: «Fatti non foste a viver come bruti,/ ma per seguir virtute e canoscenza». Quando la nave riprende la sua corsa, quello che vedono è al di là del concepibile: allora niente può fermarli, e proseguono il viaggio spinti dalla fame di sapere, dalla meraviglia per le stelle dell’«altro Polo», dal desiderio di infrangere il mistero del mondo.

La loro fame ha un nome: studiare. Lo spiega l’egregio saggio di Nicola Gardini, Studiare per amore. Gioie e ragioni di un infinito incanto: «Questo tipo di studio non ha scuola; non avviene dentro un’istituzione; non ha materie specifiche». Non che la scuola non sia essenziale, spiega l’autore, anzi è utile a fornire le nozioni note riguardo al sapere pregresso (e può stimolare la curiosità, che è poi la stessa fame di Ulisse), ma la parola studenti è diversa dalla parola studiosi.Nel libro invece si parla di quello sguardo sempre nuovo che chiunque voglia studiare getta sul mondo, con l’intenzione di osservarlo con attenzione, conoscerlo, smontarlo e rimontarlo. Studiare, precisa Gardini, non significa nemmeno aderire ciecamente al già noto, e ricavarne corollari: il riferimento è all’algoritmo, alle «procedure del digital», spiega il saggio, alle macchine costruite per «ricavare il sapere principalmente dall’analisi del già accaduto e del già pensato». Le colonne d’Ercole di chi studia si trovano invece nell’«alto mare aperto» di Ulisse, oltre i limiti di ciò che è stato catalogato nella memoria di un bot.L’autore precisa di non essere «nemico della tecnica», ma è convinto che «siamo arrivati a un punto della nostra cosiddetta civiltà in cui, assai più che in qualunque momento del passato, occorra sostenere la necessità di un sapere soggettivo e personale».