di Luciano Ferraro

Aveva 97 anni, modernizzò l'azienda e guardò alla California

«Per diventare un’azienda global dobbiamo mantenere la nostra toscanità e la nostra italianità». Era il 1999 quando il marchese Vittorio Frescobaldi salì in cattedra prima all’università di Harvard, poi alla London school of economics per parlare a centinaia di manager americani e britannici dell’azienda che aveva trasformato. Gli chiedevano di svelare i segreti di una cantina conosciuta in tutto il mondo. Non c’erano formule magiche da rivelare, solo la storia di un ex ragazzo dalle estati felici, un imprenditore del vino rimasto fedele alle sue idee per tutta la vita, che si è conclusa ieri a 97 anni.

Vittorio Frescobaldi ha dovuto presto mettere da parte le scorribande a bordo della sua Alfa Romeo a Forte dei Marmi, subito dopo la laurea in agraria a Firenze nel 1953, con un altro ex ragazzo diventato come lui un patriarca del vino italiano, Ambrogio Folonari. «Andavamo in giro con il cappello da universitari a chiedere i soldi per un caffè, fingendoci poveri», ha ricordato Folonari nella sua biografia. Durarono poco quei mesi felici al mare, perché il marchese restò orfano di padre e dovette mettersi al lavoro, assieme ai fratelli Ferdinando e Leonardo. Compito arduo: Frescobaldi è una delle più antiche cantine del mondo, con settecento anni di storia, i suoi vini vengono serviti da secoli ai banchetti delle corti reali. È stato un imprenditore della nuova agricoltura italiana dopo l’era della mezzadria. Lo raccontò anche Indro Montanelli nel 1957 sul Corriere. A lui il giovane Frescobaldi, davanti alla fuga dei contadini dalle campagne, spiegò che «la meccanizzazione consente agli uomini di raddoppiare il prodotto senza raddoppiare il lavoro».