La WNBA, il campionato statunitense femminile di basket, non è mai stata grande e seguita come quest’anno. Non ha mai avuto così tante giocatrici forti, famose a livello internazionale e, dopo uno storico accordo contrattuale, anche ben pagate. Un tempo aveva otto squadre, dall’anno scorso sono 15, diventeranno presto 18. Eppure sui social media e sui media generalisti si parla poco di basket giocato e molto di altro: di falli, di risse, di razzismo, di polemiche e di provocazioni, quasi sempre in modo polarizzante.
La giornalista Seerat Sohi su The Ringer ha riassunto con efficacia la situazione, scrivendo che «negli ultimi tre anni la WNBA è stata il campo di battaglia per vari scontri legati a tutte le moderne ansie americane: le questioni razziali, di genere e di sessualità, le politiche di inclusione e i pro i contro delle istituzioni progressiste». Ed è avvenuto in modo sempre più sgradevole e aggressivo. La sua collega Elle Duncan ha detto che «in questo momento nella WNBA c’è l’ambiente più tossico nel quale si possa lavorare, ed è incredibilmente triste e frustrante». Altri parlano di «disastro».
L’inizio di buona parte del caos è coinciso, paradossalmente e incredibilmente, con l’arrivo in WNBA di Catlin Clark, la giocatrice più nota e seguita, oltre che una delle più forti: forse la più importante nella storia del basket femminile statunitense per come in pochi anni ha spostato ascolti, biglietti, diritti tv e valutazioni delle franchigie. Clark ha 24 anni, dal 2024 gioca per le Indiana Fevers e fin da quando era nel campionato universitario la sua sola presenza faceva riempire i palazzetti e registrare ascolti record in televisione. Fu un fenomeno sportivo e mediatico quasi senza precedenti che contribuì, e contribuisce tutt’ora, a rendere la WNBA molto più popolare e seguita.










