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Paolo Condò

Tre delle ultime quattro Champions sono state vinte dai potentati del Golfo. il copione della Champions contiene talmente tante storie da reggere comodamente i nove mesi che vanno da oggi alla finale

Tre delle ultime quattro Champions League sono state vinte dai potentati del Golfo: il Paris St. Germain di proprietà Qatar nel ’25 e ’26 e, prima, il Manchester City emanazione di Abu Dhabi nel ’23. Fra loro, l’eternità del Real Madrid ha battuto un altro colpo nel ’24, il 15° di una serie iniziata con la prima Coppa dei Campioni (1956). Nel frattempo il torneo è diventato Champions League ufficialmente nel 1992 ma de facto l’anno prima, quando la formula a eliminazione diretta totale venne emendata da una fase a gironi.

Se quindi datiamo il cambiamento al ’91, come in realtà fu, la 72ª edizione — in partenza oggi col sorteggio della prima fase — segna l’aggancio della modernità alla tradizione: 36-36. Al Real degli anni 50, quello che vinse in serie le prime cinque coppe, bastavano 7 gare per festeggiare: il Psg campione in carica ne ha dovute giocare 17. Questo vuol dire soldi a palate, perché il format funziona e non c’è altro calcio al mondo che possa esprimere lo stesso livello tecnico-spettacolare; ma vuol dire anche guerra tra Uefa e Fifa, perché ogni progetto di espansione di Infantino (il Mondiale biennale, quello per club versione maxi, e il Guardian ha di recente ripreso i vecchi sospetti su una sorta di «patrocinio» della Superlega abortita) lede gli interessi di Ceferin, imperniati sul torneo più bello e invidiato del mondo.