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Luigi Ferrarella

L'azienda è accusata di aver commesso il reato di caporalato nel cantiere del nuovo Consolato generale degli Stati Uniti, in piazzale Accursio

Non è tante cose, mette le mani avanti Caddel Construction: non è in alcun modo un’ammissione di colpa, non è una adesione alle tesi dell’accusa, non è una acquiescenza a procedimenti in corso. Ma una cosa è. E questa cosa pesa tanto. Pesa 21 milioni di euro. Cioè i soldi che Caddel Construction — la grande società americana (da 1,5 miliardi di fatturato l’anno) appaltatrice in partnership con il colosso turco Encka della realizzazione delle sedi diplomatiche statunitensi in giro per il mondo — ha spontaneamente messo su un conto corrente vincolato. Conto a disposizione dell’amministratore giudiziario Francesco Brigatti, che di Caddell ha temporaneamente assunto le chiavi da quando a fine maggio il pm Paolo Storari ne ha disposto il «controllo giudiziario», confermato poi dalla gip Angelica Cardi, per l’ipotesi di reato di caporalato nel cantiere del nuovo Consolato generale degli Stati Uniti sull’area dell’ex Tiro a segno di piazzale Accursio.

Cantiere dove i lavoratori fatti arrivare soprattutto dall’India, a dispetto del contratto teoricamente depositato in Prefettura, finivano per essere sottoposti a «sistematico sfruttamento» 12 ore al giorno, «retribuiti fra 1,50 e 1,91 euro l’ora» e costretti a «riprendere immediatamente l’attività lavorativa» anche se «febbricitanti, feriti o reduci da cure ospedaliere», taglieggiati con prelievi forzati sugli stipendi per accollare loro pure 850 euro al mese di spese di vitto e alloggio, in una «vera e propria scelta datoriale» fondata sulla «negazione dei più basici diritti» a forza di «condotte intimidatorie, umiliazioni, aggressioni verbali e minacce di rimpatrio» ad opera di due manager turco e indiano tuttora agli arresti in carcere.