I raggi del sole sbattono contro le reti anti-drone sopra le nostre teste, facendole brillare. È come viaggiare dentro una gigantesca ragnatela. Una ragnatela che si estende per oltre cento chilometri, fatta di fili intrecciati. Se un drone russo provasse a colpirci, rimarrebbe impigliato nella ragnatela. Ma le reti non rendono questa strada sicura. Siamo in Kill Zone. E qui, qualunque cosa può ucciderti prima ancora che tu ti accorga da che lato arriva il pericolo.
Mentre il veicolo accelera, noi guardiamo istintivamente la Chuyka – il rilevatore di droni – pregando in silenzio che non emetta alcun suono, che non trasmetta alcuna immagine. Il compito del rilevatore è individuare le frequenze degli Fpv in volo. Se ne trova uno, ti avverte del pericolo, per poi agganciarsi alla telecamera del drone e mostrarti ciò che vede il soldato russo che lo sta pilotando. Se nello schermo vedi il tuo veicolo, il bersaglio sei tu e dovrai iniziare a scappare, cercando di evitare di essere preso in pieno dalla carica di esplosivo che quel drone trasporta.
Le reti coprono ogni lato della strada che stiamo percorrendo, ma c’è un problema: le reti si bucano. E se un drone riesce a trovare l’accesso, può infilarsi nel tunnel e volare contro le auto, oppure fermarsi a terra e aspettare, immobile, per ore, fino a che non decide che è arrivato il momento di colpire. Non puoi vederlo. Non puoi sentirlo. C’è ed è fatto per distruggere e per uccidere. Per questo, si corre. Centoventi, centotrenta, centoquaranta chilometri orari, cercando di rimanere esposti agli attacchi per il minor tempo possibile.







