Il leader di Forza Italia da Rimini chiude all’ipotesi rilanciata ieri dal vicepremier leghista: «Chi decide dove finisce il profitto e comincia l’extraprofitto?». Ma apre a un contributo concordato delle aziende energetiche

Da Rimini arriva lo stop di Antonio Tajani alla tentazione di mettere mano agli extraprofitti delle grandi aziende energetiche. E il destinatario, inevitabilmente, è anche Matteo Salvini. Ventiquattr’ore dopo che il leader della Lega aveva rilanciato la necessità di chiedere un contributo a banche, assicurazioni, energetici e petroliferi, il segretario di Forza Italia traccia una linea rossa: contributi sì, ma soltanto se concordati con le imprese. Di tasse sugli extraprofitti, invece, non vuole neppure sentir parlare.

«Io sono contrarissimo a qualsiasi ipotesi di extraprofitto, di tasse. Quando sento la parola tasse mi viene l’orticaria», scandisce il vicepremier arrivando al Meeting di Rimini. Poi rincara la dose: «Non voglio sentire la parola extraprofitto, che mi sa molto di Unione Sovietica».

La questione non è soltanto lessicale. Tajani contesta alla radice l’idea stessa di individuare per legge una quota di utili da considerare “extra”: «Non esiste in diritto l’extraprofitto. Chi decide? Un burocrate decide dove finisce il profitto e dove comincia l’extraprofitto? Che cos’è l’extraprofitto? È una parolaccia», attacca il leader azzurro.