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Momenti interminabili, scene terribili. Anche per chi ha assistito impotente, limitandosi solo a qualche urlo di disperazione. In Tribunale, nel processo per il pestaggio subito nel carcere “San Pietro” dal detenuto Alessio Peluso, la Procura prova a ricostruire come si siano sviluppati aggressione e violenza da parte di una squadra della Polizia penitenziaria ai danni del giovane napoletano. Era il pomeriggio del 22 gennaio 2022, un sabato, quando Alessio Peluso subì così tante botte e violenze che chi sostiene l'accusa ipotizza anche il reato di tortura. Il teste dell'accusa, detenuto di origine campana anche lui, sollecitato dalle domande del pm Sara Parezzan, fornisce la propria versione dei fatti: «In quel frangente ho iniziato a urlare anche io per farli calmare: “Lasciatelo stare”, abbiamo urlato tutti i detenuti per fargli togliere le mani da dosso perché gli stavano facendo molto male».

Qualche schermaglia dialettica con le difese dei 13 imputati (l'allora comandante della Polizia penitenziaria in servizio al carcere “San Pietro” e dodici suoi uomini; imputazioni diverse ed estranee alle aggressione ci sono anche un medico ed un infermiere) sull'intensità «del male» subito dal detenuto nel mirino e si prosegue nella narrazione del pomeriggio da dimenticare: «Lo capivamo dalle urla del Peluso, e poi si immagina, vedi sette, otto uomini su una persona, penso che chiunque sentirebbe dolore».