Il complesso 2025 dell'industria mondiale dell'acciaio si ripercuote inevitabilmente anche sui numeri di Finarvedi, la holding di Giovanni Arvedi che controlla l'omonimo gruppo siderurgico.

Quest'ultimo è tra l'altro impegnato proprio in queste settimane nella messa a punto della cordata per cercare di salvare l'ex Ilva, con una quindicina di big italiani del settore - da Duferco a Marcegaglia, dalla famiglia Danieli alla Feralpi di Giuseppe Pasini - che cercano di mettere a punto una soluzione condivisa e alternativa a quella di Jindal per salvare e rilanciare il grande polo siderurgico di Taranto.L'esercizio consolidato, infatti, s'è chiuso con ricavi complessivi per 5,5 miliardi di euro in flessione tendenziale del 4%, mentre più significative sono state le diminuzioni accusate sul fronte dei margini reddituali, con ebitda ed ebit che si sono indeboliti anno su anno rispettivamente da 403,2 a 358,4 milioni e da 172,7 a 137,2 milioni.

L'ultima riga del conto economico si è così riflessa in un utile netto di 57,8 milioni, a sua volta in contrazione del 37% rispetto al risultato dopo le tasse conseguito al termine dell'esercizio precedente.

La variazione dei ricavi deriva principalmente dal decremento dei prezzi medi di vendita che ha interessato sia il comparto dell'acciaio al carbonio sia quello inox, causato dall'imponente flusso di prodotti siderurgici provenienti dai produttori asiatici.