Non ha precisato quali siano le opere che necessitano di nuovi finanziamenti, né il perché. Ha solo lamentato «aumenti dei costi delle materie prime», incassando il plauso dei vertici dell’Associazione dei costruttori e dell’Anas. Sia come sia, Matteo Salvini dice che per la prossima legge di Bilancio «serve uno scostamento di bilancio di almeno venti miliardi. Io stesso, per il mio ministero avrei bisogno di almeno sei o sette miliardi». Una richiesta gigantesca, per la quale il responsabile delle Infrastrutture rivendica di «non dover avere il permesso a Bruxelles», e non concordata né con Giorgia Meloni, né con il suo ministro Giancarlo Giorgetti, che si sono guardati ben dal commentare l’uscita del vicepremier. Difficile del resto la possano avallare: aumentare la spesa di quelle dimensioni significherebbe far saltare l’impegno - Meloni lo ha ribadito anche pochi giorni fa - di rientrare dalla procedura di infrazione aperta a Bruxelles per deficit eccessivo. Qualche richiesta di precisazione all’orecchio del ministro deve comunque essere arrivata, perché nel tardo pomeriggio Salvini ha aggiustato il tiro. Ha ribadito che c’è il «rischio di avere decine di cantieri fermi a settembre», salvo chiedere alla sua stessa maggioranza «coraggio e visione» per i prossimi anni. «Ha ragione il ministro nel sottolineare il problema del caro materiali nei cantieri. L'impatto della crisi energetica sta provocando una crescente difficoltà finanziaria delle imprese», dice l’associazione delle imprese edili. «Condivido l’appello: serve un Piano Marshall per le infrastrutture stradali, con risorse certe per rafforzarne sicurezza e resilienza, anche di fronte ai cambiamenti climatici», aggiunge il numero uno di Anas Andrea Gemme. Difficile immaginare che Ance e Anas non sottoscrivessero una simile richiesta. La questione rilevante qui è un’altra: al netto delle ragioni legittime delle lobby, perché Salvini preme per ottenere nuovi fondi? La prima ragione è strettamente politica: il vicepremier - assediato dentro il suo stesso partito - alza il tiro nella speranza di recuperare il consenso perduto. Ma c’è anche una ragione più prospettica, e sulla quale la maggioranza tutta si gioca la tenuta alle elezioni del 2027: la fine imminente del Recovery Plan. Per capire i cosa stiamo parlando basta sfogliare i dati di OpenPnrr, il portale indipendente che monitora da anni l’enorme mole di soldi pubblici messi a disposizione del piano antipandemia a patire dal 2020. Dei quasi duecento miliardi stanziati nel quinquennio, circa un quarto - per la precisione 53,6 miliardi - sono dedicati a opere infrastrutturali. Un investimento che non conosce precedenti almeno da quarant’anni, e che - lo dicono economisti come Carlo Altomonte - hanno colmato l’ormai cronico divario di investimenti con Paesi come la Germania. Di questi 53,6 miliardi, 26,5 sono stati investiti in opere ferroviarie, quasi 24 nel miglioramento del patrimonio edilizio (soprattutto dei Comuni), 7,5 in trasporto pubblico locale, 5,2 per investimenti in logistica, come ad esempio il miglioramento dei porti. A quanto ammonti il totale delle opere effettivamente realizzate ad oggi è ancora complicato stimarlo, e nonostante manchi poco alla scadenza formale del 31 agosto. Secondo alcune ipotesi raccolte negli uffici ministeriali siamo attorno ai tre quarti delle opere realizzate, e d’altra parte basta attraversare in treno i cantieri dell’Alta velocità per vedere ruspe in movimento. Il punto da sottolineare qui è un altro: con la fine del Pnrr, nel 2027 alla crescita italiana verrà meno la principale fonte di ossigeno. Di recente l’Ufficio parlamentare di bilancio - la più credibile fra le istituzioni indipendenti su questi numeri - ha rivisto al rialzo la previsione di crescita del Pil allo 0,9 per cento grazie «ai consumi delle famiglie e al recupero del potere d’acquisto», e «agli investimenti trainati dall’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza nella sua fase finale». Nel 2027 quella spinta lentamente si esaurirà, e sosterrà una crescita del Pil di soli sei decimali. Il Pnrr ci sarà ancora per un po’, poiché circa 24 miliardi non spesi fin qui sono stati impacchettati in strumenti finanziari e potranno essere utilizzati ben oltre la scadenza di fine agosto. Finite queste risorse, la voce «investimenti» del bilancio pubblico italiano avrà un crollo verticale. A meno di non tenere conto delle parole di Salvini e della sua richiesta di scostamento in barba alle regole europee, e che Meloni e Giorgetti faranno finta di non aver sentito.
Fondi del Pnrr al capolinea, Salvini lancia l’allarme: “Servono altri 20 miliardi”
Il ministro dei Trasporti chiede lo scostamento di bilancio. Ma da Palazzo Chigi e dal Tesoro nessun commento










