La Cina non vuole farsi dettare da Washington con chi fare affari. Questo è il messaggio arrivato da Pechino dopo l’annuncio statunitense di nuove sanzioni contro l'Iran e l’avvertimento che anche i Paesi e le società che commerciano con Teheran potrebbero essere colpiti. «La cooperazione tra Cina e Iran è sempre stata condotta nel quadro del diritto internazionale», ha detto il portavoce del ministero degli Esteri Lin Jian, ribadendo che Pechino «si oppone fermamente alle sanzioni unilaterali illegali» e "adotterà tutte le misure necessarie per salvaguardare fermamente i propri diritti e interessi». Dietro la risposta cinese c'è una questione molto concreta: il petrolio. La Cina è il principale acquirente del greggio iraniano e nel 2025 ne ha importato in media circa 1,38 milioni di barili al giorno, secondo Kpler, pari a circa il 12% delle importazioni cinesi di greggio. Oltre l’80% del petrolio iraniano esportato via mare è finito in Cina.In aprile il Tesoro Usa ha già sanzionato una grande raffineria cinese, la Hengli Petrochemical di Dalian, accusandola di avere acquistato miliardi di dollari di greggio iraniano. Il dipartimento del Tesoro americano ha inoltre avvertito dei rischi per le raffinerie indipendenti cinesi, le cosiddette 'teapot', che secondo le autorità statunitensi rappresentano la maggior parte degli acquisti cinesi di petrolio iraniano. Ma la Cina è arrivata preparata a questa eventualità e negli ultimi anni ha aumentato le scorte e diversificato le fonti di approvvigionamento, riducendo l’esposizione a eventuali interruzioni. Il passaggio più delicato per Pechino è quello finanziario. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha detto che «nessuno è al di sopra della portata delle sanzioni statunitensi» e ha avvertito che le società e le banche che continueranno a sostenere economicamente Teheran rischiano di essere escluse dal sistema finanziario statunitense. Per ora, però, Washington non ha colpito le principali banche cinesi che facilitano il commercio petrolifero con l’Iran. La scelta è tutt'altro che irrilevante: una sanzione contro un’altra raffineria o contro una società di navigazione può complicare il flusso del greggio iraniano, ma una misura contro un grande istituto finanziario cinese avrebbe conseguenze molto più ampie, perché potrebbe limitarne l’accesso alle transazioni in dollari e al sistema finanziario statunitense. Bessent ha però lasciato intendere che anche le banche cinesi non possono considerarsi al sicuro. La questione arriva sul tavolo del Dragone a poche settimane dall’incontro previsto il 24 settembre tra Xi Jinping e Donald Trump negli Stati Uniti, e aggiunge un nuovo dossier a un rapporto già segnato dalle tensioni commerciali e tecnologiche.
Pechino avverte gli Stati Uniti: «Le sanzioni all'Iran sono illegali»
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