Tutto era partito in modo quasi casuale. Paul Simon ascolta una cassetta ricevuta da un amico intitolata “Gumboots: accordion jive hits vol II”. Sono suoni e voci coinvolgenti che arrivano dalle strade di Soweto. Parte la folgorazione.
Il cantante newyorkese, reduce da un disco “Hearts and bones” non proprio fortunato e dalla separazione dall’attrice Carrie Fischer, inizia a lavorare ad un progetto particolare e avvia i contatti con il Sud Africa. Riesce ad arruolare artisti sudafricani di spicco e far nascere la prima struttura di quello che sarà “Graceland”. Sono passati 40 anni dall’uscita di quel capolavoro (è lo stesso Simon a ricordarlo ripercorrendo in questi giorni la fine di agosto del 1986) che fa entrare con forza la musica sudafricana nelle strutture pop che hanno reso celebre il cantante.
L’inizio non è facile, visto che un’idea del genere, per quanto stimolante, ignora del tutto il boicottaggio in atto contro la segregazione razziale, ma in suo soccorso arrivano nientemeno che Hugh Masakela e Miriam Makeba che sono in esilio (nel cast spiccano poi il gruppo corale Ladysmith Black Mambazo e Youssou N'Dour). È la consacrazione in grado di mescolare e far dialogare le strutture più tipiche della musica americana, come il brano che dà il titolo al disco, a ritmi, cori e stili che fanno parte della tradizione del Sud Africa, come testimonia “Gumboots” tipico esempio di “township jive” ritenuto lo stile preferito dai minatori che, appunto, utilizzano gli stivali di gomma.






