Un campo profughi nel Kurdistan iracheno. Foto: Enno Lenze/Wikimedia Commons
41,6 milioni di persone: questo, secondo le stime dell’UNHCR, l’Agenzia ONU Rifugiati, era il numero di rifugiati nel mondo nel 2025. Persone che hanno dovuto lasciare il proprio Paese d’origine per sfuggire a guerre, persecuzioni o situazioni di violenza, e che hanno cercato rifugio altrove nel mondo.
In anni recenti, però, non sono soltanto le guerre – il cui numero è in aumento – a contribuire a “creare” nuovi rifugiati. È in corso, infatti, anche un’altra crisi, forse meno visibile ma altrettanto impattante, soprattutto per le persone più vulnerabili: il cambiamento climatico. La conseguente imprevedibilità ambientale esacerba condizioni di vita già difficili, piagate da difficoltà economiche e da instabilità sociale. Non è raro, infatti, che le due crisi – ambientale e umanitaria – si rafforzino a vicenda, generando circoli viziosi che gli scienziati stanno solo ora iniziando a comprendere.
La sempre più diffusa sovrapposizione tra gli effetti della crisi climatica e l’insorgere di conflitti mette gravemente a rischio la sicurezza umana e ostacola la realizzazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile, rendendo impossibile garantire salute e benessere. Per le persone esposte a questa combinazione di rischi, a venir meno non sono solo i beni essenziali – un tetto, del cibo, acqua pulita e cure sanitarie – ma anche la salute mentale. Eppure, la ricerca ha finora studiato le conseguenze psicologiche della guerra e delle manifestazioni della crisi climatica in modo isolato, mentre gli effetti congiunti di queste crisi sulla salute mentale hanno sollevato poco interesse nel mondo accademico.






