Ebbene ho deciso anche io di scrivere di Ranucci. Lo faccio non per entrare nel merito di una faccenda nella quale la magistratura finirà col fare chiarezza con buona pace di tutti ma perché, ancora una volta, con un esponente di spicco del progressismo di sinistra, il femminismo italiano si è prodotto in quel triste fenomeno del doppio standard. O, detto altrimenti, dell’indignazione a corrente alternata.

Di che fenomeno si tratta? Di quell’energia formidabile capace di illuminare i casi eclatanti di maschilismo, di farsi sentire nelle piazze, nei social, nei talk show quando c’è da manifestare indignazione per giusta causa. Con una particolare discriminazione di non lieve peso: se il personaggio da illuminare è di destra, giù le denunce di piazza. Se il personaggio è Ranucci colpisce il buio assoluto: ciò che fino a ieri era l’insopportabile manifestazione di un sistema patriarcale, con Ranucci diventa una sfumatura, un equivoco, un ma però.

Il caso sollevato dalla giornalista Angela Camuso offre un test interessante di questa curiosa elasticità morale. Camuso sostiene di essersi rivolta al conduttore di Report per ragioni professionali e racconta di aver ricevuto messaggi e vocali con complimenti sul suo aspetto, riferimenti a baci e inviti serali che lei ha rifiutato trovandoli inappropriati. «Il Tempo» ha pubblicato la sua testimonianza mettendo in prima pagina la domanda politica: comportamenti del genere sono considerati normali anche quando riguardano un volto simbolicamente collocato nel campo progressista? Domanda più che legittima. Perché negli ultimi anni ci hanno spiegato, con dovizia di editoriali, hashtag e lezioni pubbliche, che nei rapporti professionali conta anche l’asimmetria di posizione. Che esistono opportunità, contesti, ruoli e responsabilità. Che una donna che cerca lavoro non dovrebbe mai trovarsi nella situazione di dover decifrare se il suo interlocutore stia valutando il curriculum oppure altro.