di Michela Proietti
Intervista alla leggenda del tennis italiano, anima dell’iniziativa “Un Campione per Amico”: «Facciamo giocare i bambini, ma da piccoli è difficile individuare il fuoriclasse. Per diventare un buon atleta conta la motivazione». Sinner? «Un bravo ragazzo quasi imbattibile. Ma le interviste di oggi sembrano un po’ tutte uguali»
C’è molto di Ascenzietto in quello che fa oggi. Quel nomignolo gli spettava di diritto per via del padre Ascenzio, storico custode del Tennis Club Parioli a Roma. Che per il figlio aveva recuperato una racchetta usata, fra quelle dismesse del circolo, aveva segato il manico e ricavato una racchettina.
Adriano Panatta, prima di diventare una leggenda del tennis italiano, è stato il figlio di un portiere di un circolo che aveva pitturato per “Ascenzietto” una rete sul muro e per terra delle righe: «Ecco il tuo campo, mi disse papà», racconta Panatta, oggi 76 anni appena compiuti, volto e anima di “Un Campione per Amico”, l’iniziativa ideata da lui stesso e da 15 anni adottata da Banca Generali.
«Siamo quattro ex campioni, io, Ciccio Graziani, Andrea Lucchetta e adesso c’è Martín Castrogiovanni. Facciamo giocare tutti i bambini delle scuole elementari e medie della città: tennis, pallavolo, calcio e rugby. Costruiamo un villaggio con quattro campi, individuando insieme al Comune la piazza più bella della città: abbiamo più o meno dai 500 ai 1.000 bambini a tappa. Andiamo in tutta Italia: le città le sceglie Banca Generali. Quest’anno c’è già stata la prima parte: finiremo tra settembre e ottobre».Capita anche di incrociare talenti ?«Sono talmente piccoli che è difficile individuare un fenomeno: è un evento ludico, più che altro. E grazie alla collaborazione con Sport e Salute chi vuole fa anche un check-up non invasivo di cinque minuti».A quanti anni si capisce se un ragazzo avrà un futuro nello sport?«Dopo i quattordici anni, quando cominciano a crescere e non sono più bimbi. Poi dipende da tante cose, è sempre un insieme di fattori. Conta molto la motivazione: magari un ragazzo ha la stoffa ma allo sport preferisce le ore di studio o altre attività».Pelè era un campione già a 3 anni.«Dobbiamo distingurere tra il fuoriclasse e il buon atleta. Non tutti i calciatori o i tennisti saranno grandi campioni. Di Sinner ce n’è uno e per fortuna nostra è nato in Italia. Bisogna un po’ smontare la mitologia del campione in erba: ci sono anche quelli che maturano più tardi. Se il ragazzo ha un minimo di talento, una predisposizione anche mentale e fisicamente è di una certa qualità allora può diventare un buon atleta. Però il campione è un’altra cosa»Lo sport può aiutare a contrastare, con i suoi valori, il bullismo?«Lo sport insegna varie cose, tra cui il seguire le regole e rispettare l’avversario. Senza disciplina sarebbe il caos. Lo stare insieme è motivato dal praticare un’attività sportiva e non dal passare le giornate in mezzo a una strada o al bar. Quando i ragazzi fanno sport, e in più studiano, la sera sono stanchi. Per me quando funzionava così. La sera crollavo».Lei come ha iniziato?«Mio papà mi ha iscritto ai corsi di tennis del Coni. Poi dopo sono andato ai campi dei Parioli, dove lui faceva il custode»Ma era come Emanoul Aghassian, il terribile padre di Agassi?«L’opposto. Era una persona equilibrata, mite e intelligente. Non sapeva giocare a tennis, almeno io non l’ho mai visto. Mia mamma non conosceva neanche i punteggi».Quando ha capito che da hobby poteva diventare una professione?«Mi allenavo a Formia, dove c’erano i più bravi junior dell’Italia. La Federazione, quando avevo 18 anni, decise di mandare me e altri quattro in Australia per quattro mesi a fare un’esperienza agonistica. A quei tempi era la capitale mondiale del tennis. Dissi a mio padre che volevo smettere di studiare. Mi domandò solo se ero sicuro. Gli risposi sì, e allora mi disse: “Vai”. Ho avuto una famiglia che non ha mai tentato di condizionarmi». E se non avesse fatto il tennis ?«Non avevo altre idee per me. Pensavo sempre a giocare, sono riuscito a fare quello che sognavo da bambino. Al ritorno dall’Australia ero un professionista: era un tennis diverso in tutto da quello di oggi, nella tecnologia, nell’allenamento e nell’alimentazione».Come ha resistito il tennis all’assalto di altri sport più modaioli come il padel?«Non c’è stata mai gara: anche nel momento in cui tutti giocavano a padel, il numero dei tennisti era sempre molto più alto. Poi Sinner ha fatto da effetto volano: chi aveva smesso di giocare a tennis ha ripreso. E sono aumentate le iscrizioni dei bambini».Tutti sognando Sinner.«Spesso si illudono più i genitori dei ragazzi. I genitori devono indurre i loro figli a fare sport soprattutto perché è una cosa sana, che fa bene sia al fisico sia alla testa. Poi se lo ritroveranno da adulti e anche da vecchi perché, specialmente nel caso del tennis, si può giocare fino alla mia età. Ho letto di una signora inglese che a 102 anni lo fa ancora. Ginocchia permettendo».Cosa le ha tolto il tennis?«Nulla, mi ha dato tutto. Forse qualche amicizia di scuola persa di vista. A 17 anni già giravo il mondo». Non sente di aver rinunciato a un pezzo di adolescenza?«L’adolescenza l’ho vissuta benissimo. Avevo il motorino come tutti i ragazzini, le mie fidanzatine, andavo a scuola. Solo che a differenza degli altri passavo cinque ore al club».Passando al calcio, è soddisfatto della scelta del nuovo Ct giusto della Nazionale?«Roberto Mancini lo conosco, è un bravo ragazzo. Non so giudicare quello che dovrà fare. Non mi metto in questa giostra di tutti gli esperti. C’è gente che deve decidere e hanno deciso così».L’Italia non ha partecipato ai Mondiali. Come si fa capire ai ragazzi che non esiste solo la vittoria?«I ragazzi di oggi sono abituati a competere. A voler primeggiare. Non voglio fare il filosofo, ma Nelson Mandela ha detto “quando vinco sono felice, quando perdo non ho perso ma imparo”. Anche i più grandi campioni di tutti i tempi hanno conosciuto la sconfitta. Non si vince sempre. Questo dovrebbe essere un po’ quello che va insegnato a questi ragazzi che hanno il mito della vittoria facile. La nuova generazione pensa di avere successo rapidamente: uno si inventa una cosa sui social, diventa un’influencer con 5 milioni di followers. Ci sono nuovi mestieri per me incomprensibili. C’è sempre meno il valore del lavoro costante, quello di tutti i giorni, per costruire qualcosa. In tutti i settori».Un aggettivo per ognuno di questi colleghi: Lendl? «Terminator».Nicola Pietrangeli.«Un principe romantico».Sinner? «Ci sono vari Sinner. Gli altri li ho frequentati molto, di lui posso dare solamente un giudizio basato su quel che vedo sul campo, dove sembra quasi imbattibile. Fuori non lo conosco, l’ho incontrato un paio di volte. E mi sembra un bravissimo ragazzo. Posso dare un giudizio sulle sue dichiarazioni: non ne sbaglia mai una, anche se non dice moltissimo. Dei giocatori di adesso, le interviste sembrano un po’ costruite. Dicono sempre le stesse cose. Ad esempio: “Devo ascoltare il mio corpo”. Io non credo di aver mai detto una frase del genere. Per gente come noi, di una certa età, suonano strane».Si è parlato molto dei suoi “burn-out”.«A me non sembra che lui crolli. Credo che sia legato al fatto che ascolta il suo corpo. E allora decide di fermarsi. Io non ho mai avuto non solo un mental coach, ma un coach: Mario Berardinelli veniva con noi in Coppa Davis e agli Internazionali. Quando io ho vinto Parigi non c’era, quando giravo il mondo non c’era: non esisteva il coach per noi. L’unico che aveva il coach a quel tempo era Björn Borg, che aveva accanto un suo vecchio maestro, Lennart Bergelin. Onestamente non penso mai di averne avuto bisogno».Recentemente Sinner ha rinunciato a Montreal proprio per questo motivo. «Anche noi quando ci sentivamo stanchi non andavamo a fare i tornei. Però adesso è tutto più scientifico, se hai un team che ti aiuta negli aspetti tecnici, mentali, nutrizionali è lo stesso gruppo che ti consiglia quello che è meglio fare. Io decidevo da solo. Dopo Wimbledon non avevo voglia di andarmene in America, preferivo andare al mare un mese. Forse anch’io ascoltavo il corpo».La sconfitta più brutta?«È stata a Wimbledon, ai quarti di finale, contro un americano che si chiamava Patrick Du Pré. Sono stato un cretino a perdere». E la vittoria più bella?«Metto a pari merito Roma, al Foro Italico, Parigi, al Roland Garros, e la Coppa Davis a Santiago, sotto gli occhi di Augusto Pinochet, dittatore fascista».La prima volta si è sposato a 25 anni. La seconda a 70 anni. Com’è il matrimonio a questa età? «È l’inizio di un’altra vita. Io sono rinato. Vedo il matrimonio come la sublimazione di un rapporto. Gli altri lo vedono come un contratto. Molti fanno i contratti prematrimoniali. Io mi sono sposato perché mi sono innamorato di Anna e le ho chiesto di diventare mia moglie».Sua moglie è un avvocato.«Ma senza contratto prematrimoniale. Anche se è molto preparata e non mi dimentica mai di essere un bravo avvocato».






