L’attacco hacker di matrice iraniana che ha bloccato una centrale elettrica britannica per quattro giorni rivela «un’asimmetria strategica: è possibile colpire il cuore di uno Stato avversario e paralizzarne l'economia senza mai varcare la soglia del conflitto armato tradizionale». E rappresenta un avvertimento inequivocabile: nessun Paese è «invulnerabile». L’Europa ha «individuato i settori più a rischio - come ospedali, trasporti, reti idriche ed energetiche - introducendo normative rigorose», ma la tecnologia va veloce, e la vera sfida è «scegliere la soglia di rischio accettabile». Ad affermarlo è Luigi Martino, professore all’Università di Bologna - insegna Cyberspace and International Politics e Cybersecurity and International Business - e docente a contratto di Intelligence e Sicurezza nazionale presso l’Università di Firenze, dove dirige anche il Center for Cyber Security and International Relations Studies. Nel suo saggio “Il mondo codificato. Potere, politica e mercato. Come le tecnologie del XXI secolo stanno cambiando l’ordine internazionale” (pubblicato da Il Mulino), il professore analizza come il codice digitale sia diventato la grammatica invisibile del potere globale. In questa intervista analizza i contorni geopolitici dell’offensiva informatica che ha preso di mira l’infrastruttura energetica del Regno Unito, tracciando le rotte della nuova conflittualità ibrida. Qual è il significato geopolitico e strategico di questa offensiva? «Ha un significato rilevante: dimostra le capacità dell'Iran di condurre operazioni ibride al di fuori dei propri confini regionali. Sebbene l'impatto tecnico immediato sia stato contenuto - le autorità inglesi non hanno registrato un blackout totale - il valore strategico è fortissimo. Dimostra operativamente che spegnere una centrale elettrica è possibile, un fenomeno a cui avevamo già assistito in Ucraina nel 2015. La particolarità, in questo caso, sta nell'attribuzione: l'azione non è stata condotta direttamente dalle forze statali iraniane, ma da gruppi affiliati o "lupi solitari" che muovono l'agenda del regime. Questo tipo di operazioni si colloca in una zona d'ombra. È una situazione di "non pace e non guerra", al di sotto della soglia dell'attacco militare convenzionale. Un fronte destinato ad allargarsi anche in risposta alle pressioni e alle sanzioni economiche». Quali sono le falle tecniche e strutturali che permettono a un gruppo di hacker di penetrare la rete elettrica di una nazione? «Sono molteplici. In primo luogo c'è un elemento strutturale: la tecnologia operativa, ovvero i sistemi che gestiscono la catena industriale e le infrastrutture critiche (trasporti, energia, rete idrica). Molti di questi strumenti sono stati progettati quando tali minacce non esistevano, dando priorità alla facilità operativa piuttosto che ai requisiti di sicurezza. A questo si aggiunge un problema di consapevolezza e di investimenti, storicamente molto bassi nel settore. Infine, non possiamo escludere l'uso dell'intelligenza artificiale: come osserviamo negli ultimi tempi, l'Ai è in grado di individuare vulnerabilità rimaste latenti per anni nel giro di pochissimi minuti». Qual è il livello di preparazione dell'Italia e dell'Unione europea di fronte a minacce simili? «Nessun Paese è del tutto invulnerabile, perché le minacce si evolvono di pari passo con la tecnologia. L’Ue ha però individuato da tempo i settori più a rischio - come ospedali, trasporti, reti idriche ed energetiche - introducendo direttive rigorose. In Italia ci siamo dotati dell'Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale e la consapevolezza aziendale sta crescendo, spinta anche dalle severe sanzioni previste dalle normative europee per i Cda inadempienti. Il problema resta la velocità: la regolamentazione frena, la tecnologia corre. La vera sfida non è l'azzeramento del rischio, ma stabilire quale soglia di rischio sia ritenuta accettabile». Dalle sue parole emerge un'evoluzione del cyber-terrorismo. Assisteremo a una convergenza sempre più stretta tra Stati e criminalità informatica? «Assolutamente sì. In paesi come l'Iran o la Russia assistiamo a una vera e propria "istituzionalizzazione" del crimine informatico. Esiste una struttura a livelli: in cima ci sono gli apparati statali (come le Guardie Rivoluzionarie iraniane), al livello intermedio agiscono gruppi criminali coordinati dallo Stato, e alla base si muovono gruppi di simpatizzanti ideologici. Attività che nei contesti democratici verrebbero considerate apertamente criminali e fuori dal diritto, lì vengono sponsorizzate e coperte dal regime. Questo modello garantisce un'asimmetria strategica: permette a uno Stato di lanciare un messaggio chiaro all'avversario, dimostrando di poter mettere in ginocchio il suo sistema economico senza mai varcare la soglia di un attacco armato tradizionale». Un’offensiva a una rete elettrica nazionale può far scattare i presupposti per una risposta militare o per la legittima difesa collettiva della Nato? «Allo stato attuale no. Questo specifico attacco non ha provocato distruzioni fisiche, vittime o un impatto devastante sulla sicurezza della popolazione. Di conseguenza non ci sono i presupposti per l'attivazione dell'Articolo 5 della Nato o dell'Articolo 51 della Carta dell'Onu sulla legittima difesa. Tuttavia, la questione va letta in una prospettiva più ampia. Quando Teheran avverte che chiunque sosterrà le strategie di pressione economica nei suoi confronti sarà considerato un "nemico", dobbiamo capire cosa comporti questa etichetta. La risposta iraniana non si limiterà al contesto regionale, ma sfrutterà lo spazio cibernetico per colpire in modo asimmetrico».
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