Una denuncia che aveva fatto scattare la procedura del codice rosso, culminata con un semplice ammonimento del questore. E ora, tramite l’avvocato Massimo Pavan, la famiglia di Tania Terrin ha fatto domanda di accesso agli atti di quel fascicolo, all’epoca compilato dalla pm Monica Guzzardi. Per rispondere a una domanda semplice e definitiva al tempo stesso: Tania si sarebbe potuta salvare?

È morta a soli 39 anni lo scorso 16 agosto, uccisa dall’ex fidanzato Dino Keber, 43, al termine dell’ennesimo copione: quello di un uomo che non poteva accettare la fine di una relazione. L’ennesimo copione dei femminicidi, e l’ennesimo per lo stesso Keber, che, prima di Tania, era stato denunciato da altre quattro donne. Tutte e quattro, però, probabilmente per paura, avevano ritirato le denunce; ma adesso, a distanza di anni – 24 per la prima di loro, all’epoca solo 16enne – hanno iniziato a parlare, a raccontare quelle relazioni malate, scandite dalle violenze.

Le violenze subite, Tania le aveva raccolte tutte in una cartellina: le fotografie della pelle violata da quell’uomo, i referti medici. Compreso quello di aprile, quando Keber aveva provato a strangolarla, salvo poi interrompersi e accompagnarla in ospedale. Materiale prezioso, che si trova ancora nella casa di Tania, a Camponogara (Venezia), posta sotto sequestro la sera del 16 agosto. Il difensore della famiglia ha chiesto, in alternativa al materiale del fascicolo da codice rosso, di poter quantomeno entrare in quell’abitazione, così da recuperare la documentazione e provare a dare una risposta a quella semplice domanda definitiva. «Probabilmente qualcosa di più si poteva fare, ma bisogna capire se c’erano i presupposti per farlo», dice l’avvocato, chiamato a indagare nel passato di Keber. Mentre si registra il piccolo passo indietro del ministero della Giustizia, a proposito dell’annunciata ispezione nella procura di Venezia, per capire perché Keber, nonostante il suo passato, non fosse stato fermato con un provvedimento più incisivo di un semplice ammonimento.