UDINE - C'è anche un'archeologa udinese fra i professionisti che nell'area vesuviana, fra i siti della Grande Pompei, hanno trovato, per dirla con le sue stesse parole, «nuovi modi per far parlare i resti umani e restituire, attraverso la ricerca, una storia il più possibile completa di chi ci ha preceduto». Proprio per i suoi studi su quel che resta delle vittime di Oplontis, morte durante l'eruzione del Vesuvio del 79 d.C., Valentina Giacometti, 35 anni, nata e cresciuta a Udine e ancora molto legata al capoluogo friulano, dove ha frequentato il Liceo classico europeo Uccellis, è fra i volti e i nomi che compaiono anche in un ampio reportage di National Geographic dedicato alle nuove ricerche sul Vesuvio. La sua intervista è stata pubblicata anche nell'edizione italiana, sul numero di agosto.
«In collaborazione con il Laboratorio di Ricerche Applicate del Parco Archeologico di Pompei sto lavorando sui resti scheletrici rinvenuti nell'Ambiente 10 della Villa B di Oplontis, cercando di ricostruire, attraverso le ossa, le storie individuali di queste persone, le loro "osteobiografie": chi erano, come vivevano, che cosa mangiavano e quali esperienze avevano attraversato nel corso della loro vita», racconta Giacometti. Nella Villa B un gruppo di persone aveva cercato riparo dall'eruzione, trovando poi la morte. «I risultati più recenti dello studio, che ho pubblicato sul Journal of Archaeological Science: Reports (in un articolo che, accanto al nome di Giacometti, vede quelli di Simona Altieri, Noemi Mantile, Maria Rosa di Cicco, Chiara Comegna, Valeria Amoretti, Gabriel Zuchtriegel e Carmine Lubrito ndr), hanno permesso di ottenere nuovi dati sia sul numero delle vittime sia sulla loro alimentazione, mostrando una dieta prevalentemente basata su risorse terrestri». Un aspetto anche inatteso: nonostante Oplontis fosse sulla costa, la maggioranza della popolazione mangiava principalmente pane e cereali. Grazie alle analisi bioarcheologiche, è stato possibile stabilire che il numero delle vittime era maggiore rispetto a quello identificato in precedenza. Mentre i precedenti archeologi avevano parlato di poco più di una cinquantina di vittime, i ricercatori attuali ne avrebbero identificate almeno una sessantina, in parte trovate in profondità in una stanza con volta a botte, in parte vicino alla porta, mentre portavano con sé gioielli e monete.







